Intervista a Paola Marinacci, Amministratore Delegato di BD Business Defence
Un approccio antiriciclaggio realmente basato sul rischio richiede una conoscenza sempre più approfondita del cliente. Quali informazioni ritiene oggi fondamentali per costruire un quadro di rischio completo e attendibile?
La conoscenza del cliente non può limitarsi alla verifica dell’identità, ma deve consentire di comprenderne la struttura proprietaria, individuare il titolare effettivo, analizzare la situazione economico-finanziaria e ricostruire le relazioni con altri soggetti.
Assumono particolare rilevanza anche le informazioni reputazionali, giudiziarie e sanzionatorie, oltre alla coerenza tra l’attività dichiarata e il profilo effettivo del soggetto.
Tuttavia, disporre di queste informazioni non è sufficiente: è fondamentale verificarne l’attendibilità, l’aggiornamento e soprattutto la corretta riconducibilità al soggetto esaminato.
L’obiettivo è superare il dato puramente formale per costruire un quadro conoscitivo solido, capace di supportare una valutazione del rischio realmente fondata.
Le aziende hanno oggi accesso a una quantità crescente di dati e informazioni. La vera sfida è ancora reperirli oppure saperli selezionare, interpretare e utilizzare efficacemente nei processi di valutazione del rischio AML?
Oggi la sfida è soprattutto saper selezionare, verificare e interpretare correttamente le informazioni disponibili.
La crescente disponibilità di dati rappresenta certamente un’opportunità, ma non coincide necessariamente con una maggiore capacità di prevenzione. Informazioni frammentate, non aggiornate o prive di un’adeguata contestualizzazione possono infatti generare valutazioni incomplete o fuorvianti.
Servono metodo, competenze e strumenti capaci di collegare elementi diversi, distinguendo le informazioni realmente significative da quelle che richiedono ulteriori verifiche.
Il valore del patrimonio informativo non risiede quindi nella sua quantità, ma nella capacità di trasformarlo in conoscenza attendibile e concretamente utilizzabile nei processi decisionali.
Nella valutazione del rischio antiriciclaggio, quanto è importante poter contare su informazioni aggiornate, verificate e provenienti da fonti attendibili? Quali sono le principali difficoltà che le imprese incontrano sotto questo profilo?
È fondamentale, perché la corretta attribuzione del livello di rischio dipende innanzitutto dalla qualità, dall’attualità e dall’effettiva riconducibilità delle informazioni al soggetto esaminato.
Le fonti ufficiali costituiscono un riferimento imprescindibile, ma non sempre sono sufficienti a ricostruire un quadro completo. Assetti societari, relazioni economiche e profili reputazionali possono presentare elementi di complessità che richiedono verifiche ulteriori.
Pensiamo, ad esempio, ai sistemi di screening AML, che possono generare segnalazioni basate su semplici corrispondenze anagrafiche. Senza un’adeguata attività di riscontro, si rischia di attribuire a un soggetto informazioni che non lo riguardano, generando falsi positivi e conseguenti valutazioni del rischio non corrette.
È proprio in questa fase che l’approfondimento informativo e investigativo assume un ruolo determinante: verificare le evidenze, accertarne l’effettiva riferibilità e distinguere le anomalie concrete da quelle soltanto apparenti.
La qualità di una due diligence AML non si misura soltanto dalla capacità di individuare potenziali rischi, ma anche da quella di verificarli, confermarli o escluderli sulla base di elementi attendibili.
La conoscenza del cliente richiede spesso di incrociare informazioni provenienti da fonti diverse. Quanto è importante integrare questi elementi per individuare situazioni di rischio che potrebbero non emergere da un’analisi isolata dei singoli dati?
L’integrazione delle informazioni è essenziale perché il rischio raramente emerge da un singolo dato. È spesso il confronto tra informazioni societarie, economico-finanziarie e reputazionali a far emergere incongruenze o collegamenti meritevoli di approfondimento.
Conoscere formalmente soci e amministratori, ad esempio, potrebbe non essere sufficiente per comprendere chi eserciti effettivamente il controllo di una società, soprattutto in presenza di strutture proprietarie articolate o partecipazioni indirette.
La ricostruzione delle relazioni tra soggetti, l’analisi delle catene partecipative e il confronto tra fonti differenti possono far emergere elementi che un’analisi limitata ai singoli dati non consentirebbe di individuare.
Naturalmente, è altrettanto importante evitare interpretazioni automatiche: un collegamento societario, una notizia negativa o un’apparente incongruenza non costituiscono di per sé una prova di irregolarità.
Il valore dell’approfondimento consiste proprio nel contestualizzare questi elementi e valutarne l’effettiva rilevanza ai fini del rischio.
In che modo un utilizzo più strutturato delle informazioni può aiutare le aziende a riconoscere tempestivamente potenziali anomalie e a rafforzare la capacità di prevenzione del rischio antiriciclaggio?
Un utilizzo strutturato delle informazioni permette di passare da un approccio prevalentemente reattivo a una gestione più preventiva e consapevole del rischio.
Definire criteri di analisi, individuare indicatori pertinenti e stabilire quando siano necessari ulteriori approfondimenti consente di riconoscere tempestivamente situazioni potenzialmente critiche.
In questo contesto, la tecnologia rappresenta un supporto importante, soprattutto nella raccolta, nell’elaborazione e nel monitoraggio di grandi quantità di informazioni. Tuttavia, la capacità di individuare automaticamente un’anomalia non coincide necessariamente con quella di valutarne la reale rilevanza.
È l’integrazione tra strumenti tecnologici, processi strutturati e competenze specialistiche a rendere più efficace l’attività di prevenzione.
Prevenire significa quindi non soltanto intercettare tempestivamente i segnali di rischio, ma disporre degli elementi necessari per interpretarli correttamente e adottare le misure più appropriate.
Disporre di informazioni affidabili è il punto di partenza, ma il loro valore emerge soprattutto nel momento della valutazione. Come possono le imprese trasformare i dati raccolti in elementi realmente utili a orientare le decisioni AML?
Il passaggio dal dato alla decisione richiede metodo, capacità di analisi e soprattutto un approccio coerente con il profilo del soggetto esaminato. Le informazioni devono essere valutate in relazione all’attività svolta, alla natura del rapporto e al contesto in cui il soggetto opera, distinguendo gli elementi oggettivamente accertati dagli indicatori che richiedono ulteriori verifiche.
È altrettanto importante documentare il percorso valutativo, rendendo tracciabili le evidenze emerse. La tecnologia può certamente agevolare questo processo, ma non può sostituire integralmente l’interpretazione.
Le informazioni diventano strategiche quando permettono di motivare le scelte e adottare misure coerenti con le evidenze disponibili.
Le esigenze di conoscenza e verifica dei clienti sono in continua evoluzione. Come stanno cambiando le informazioni necessarie per una corretta valutazione del rischio e quali nuove sfide si prospettano?
La valutazione del rischio richiede una conoscenza sempre più ampia e soprattutto dinamica del cliente. Accanto alle informazioni societarie ed economico-finanziarie, assumono crescente rilevanza la ricostruzione delle relazioni tra soggetti, l’individuazione del controllo effettivo e l’analisi degli elementi reputazionali, anche in contesti internazionali.
Una delle principali sfide riguarda però la capacità di mantenere aggiornato nel tempo il patrimonio informativo. Un profilo di rischio correttamente definito all’avvio del rapporto potrebbe infatti non essere più rappresentativo della situazione del cliente a distanza di tempo.
Cambiamenti negli assetti proprietari, nuovi collegamenti societari o l’emergere di informazioni reputazionali significative possono rendere necessaria una rivalutazione.
La sfida sarà quindi combinare l’evoluzione tecnologica con processi di verifica e monitoraggio proporzionati al rischio, senza perdere di vista la qualità e l’effettiva attendibilità delle informazioni utilizzate.
L’approccio risk-based richiede di calibrare i controlli in funzione del rischio effettivo. Quanto può contribuire una migliore conoscenza informativa del cliente a rendere le verifiche più mirate, proporzionate ed efficaci?
Una conoscenza approfondita e soprattutto verificata del cliente consente di attribuire un livello di rischio più aderente alla sua situazione effettiva e, di conseguenza, di calibrare correttamente l’intensità delle verifiche.
Questo significa concentrare gli approfondimenti dove emergono elementi concreti di criticità, evitando al tempo stesso che informazioni non confermate o falsi positivi determinino classificazioni di rischio ingiustificatamente elevate.
L’approccio basato sul rischio non deve tradursi in un automatismo: un indicatore di anomalia rappresenta un elemento da approfondire, non necessariamente una criticità accertata.
Una classificazione non corretta può comportare verifiche rafforzate non necessarie, rallentamenti nei processi decisionali e un impiego inefficiente delle risorse. Allo stesso modo, un’analisi superficiale può portare a sottovalutare situazioni che richiederebbero maggiore attenzione.
La vera efficacia di una due diligence AML consiste nel mettere il soggetto obbligato nelle condizioni di assumere decisioni consapevoli, documentabili e proporzionate al rischio effettivamente rilevato.
È questo, a mio avviso, il contributo più significativo che un’informazione qualificata può offrire ai processi di adeguata verifica e alla prevenzione del rischio di riciclaggio.
Sei interessato ad approfondire il tema?
Questo focus sarà oggetto di una Sessione dedicata dal titolo “Dalla red flag alla SOS: come documentare le decisioni AML nell’approccio risk-based”, in programma il prossimo 19 novembre nell’ambito del 19° CVDay
Per maggiori dettagli sull’appuntamento e per partecipare visita la pagina https://www.cvday.events/
Intervista a Paola Marinacci, Amministratore Delegato di BD Business Defence
Un approccio antiriciclaggio realmente basato sul rischio richiede una conoscenza sempre più approfondita del cliente. Quali informazioni ritiene oggi fondamentali per costruire un quadro di rischio completo e attendibile?
La conoscenza del cliente non può limitarsi alla verifica dell’identità, ma deve consentire di comprenderne la struttura proprietaria, individuare il titolare effettivo, analizzare la situazione economico-finanziaria e ricostruire le relazioni con altri soggetti.
Assumono particolare rilevanza anche le informazioni reputazionali, giudiziarie e sanzionatorie, oltre alla coerenza tra l’attività dichiarata e il profilo effettivo del soggetto.
Tuttavia, disporre di queste informazioni non è sufficiente: è fondamentale verificarne l’attendibilità, l’aggiornamento e soprattutto la corretta riconducibilità al soggetto esaminato.
L’obiettivo è superare il dato puramente formale per costruire un quadro conoscitivo solido, capace di supportare una valutazione del rischio realmente fondata.
Le aziende hanno oggi accesso a una quantità crescente di dati e informazioni. La vera sfida è ancora reperirli oppure saperli selezionare, interpretare e utilizzare efficacemente nei processi di valutazione del rischio AML?
Oggi la sfida è soprattutto saper selezionare, verificare e interpretare correttamente le informazioni disponibili.
La crescente disponibilità di dati rappresenta certamente un’opportunità, ma non coincide necessariamente con una maggiore capacità di prevenzione. Informazioni frammentate, non aggiornate o prive di un’adeguata contestualizzazione possono infatti generare valutazioni incomplete o fuorvianti.
Servono metodo, competenze e strumenti capaci di collegare elementi diversi, distinguendo le informazioni realmente significative da quelle che richiedono ulteriori verifiche.
Il valore del patrimonio informativo non risiede quindi nella sua quantità, ma nella capacità di trasformarlo in conoscenza attendibile e concretamente utilizzabile nei processi decisionali.
Nella valutazione del rischio antiriciclaggio, quanto è importante poter contare su informazioni aggiornate, verificate e provenienti da fonti attendibili? Quali sono le principali difficoltà che le imprese incontrano sotto questo profilo?
È fondamentale, perché la corretta attribuzione del livello di rischio dipende innanzitutto dalla qualità, dall’attualità e dall’effettiva riconducibilità delle informazioni al soggetto esaminato.
Le fonti ufficiali costituiscono un riferimento imprescindibile, ma non sempre sono sufficienti a ricostruire un quadro completo. Assetti societari, relazioni economiche e profili reputazionali possono presentare elementi di complessità che richiedono verifiche ulteriori.
Pensiamo, ad esempio, ai sistemi di screening AML, che possono generare segnalazioni basate su semplici corrispondenze anagrafiche. Senza un’adeguata attività di riscontro, si rischia di attribuire a un soggetto informazioni che non lo riguardano, generando falsi positivi e conseguenti valutazioni del rischio non corrette.
È proprio in questa fase che l’approfondimento informativo e investigativo assume un ruolo determinante: verificare le evidenze, accertarne l’effettiva riferibilità e distinguere le anomalie concrete da quelle soltanto apparenti.
La qualità di una due diligence AML non si misura soltanto dalla capacità di individuare potenziali rischi, ma anche da quella di verificarli, confermarli o escluderli sulla base di elementi attendibili.
La conoscenza del cliente richiede spesso di incrociare informazioni provenienti da fonti diverse. Quanto è importante integrare questi elementi per individuare situazioni di rischio che potrebbero non emergere da un’analisi isolata dei singoli dati?
L’integrazione delle informazioni è essenziale perché il rischio raramente emerge da un singolo dato. È spesso il confronto tra informazioni societarie, economico-finanziarie e reputazionali a far emergere incongruenze o collegamenti meritevoli di approfondimento.
Conoscere formalmente soci e amministratori, ad esempio, potrebbe non essere sufficiente per comprendere chi eserciti effettivamente il controllo di una società, soprattutto in presenza di strutture proprietarie articolate o partecipazioni indirette.
La ricostruzione delle relazioni tra soggetti, l’analisi delle catene partecipative e il confronto tra fonti differenti possono far emergere elementi che un’analisi limitata ai singoli dati non consentirebbe di individuare.
Naturalmente, è altrettanto importante evitare interpretazioni automatiche: un collegamento societario, una notizia negativa o un’apparente incongruenza non costituiscono di per sé una prova di irregolarità.
Il valore dell’approfondimento consiste proprio nel contestualizzare questi elementi e valutarne l’effettiva rilevanza ai fini del rischio.
In che modo un utilizzo più strutturato delle informazioni può aiutare le aziende a riconoscere tempestivamente potenziali anomalie e a rafforzare la capacità di prevenzione del rischio antiriciclaggio?
Un utilizzo strutturato delle informazioni permette di passare da un approccio prevalentemente reattivo a una gestione più preventiva e consapevole del rischio.
Definire criteri di analisi, individuare indicatori pertinenti e stabilire quando siano necessari ulteriori approfondimenti consente di riconoscere tempestivamente situazioni potenzialmente critiche.
In questo contesto, la tecnologia rappresenta un supporto importante, soprattutto nella raccolta, nell’elaborazione e nel monitoraggio di grandi quantità di informazioni. Tuttavia, la capacità di individuare automaticamente un’anomalia non coincide necessariamente con quella di valutarne la reale rilevanza.
È l’integrazione tra strumenti tecnologici, processi strutturati e competenze specialistiche a rendere più efficace l’attività di prevenzione.
Prevenire significa quindi non soltanto intercettare tempestivamente i segnali di rischio, ma disporre degli elementi necessari per interpretarli correttamente e adottare le misure più appropriate.
Disporre di informazioni affidabili è il punto di partenza, ma il loro valore emerge soprattutto nel momento della valutazione. Come possono le imprese trasformare i dati raccolti in elementi realmente utili a orientare le decisioni AML?
Il passaggio dal dato alla decisione richiede metodo, capacità di analisi e soprattutto un approccio coerente con il profilo del soggetto esaminato. Le informazioni devono essere valutate in relazione all’attività svolta, alla natura del rapporto e al contesto in cui il soggetto opera, distinguendo gli elementi oggettivamente accertati dagli indicatori che richiedono ulteriori verifiche.
È altrettanto importante documentare il percorso valutativo, rendendo tracciabili le evidenze emerse. La tecnologia può certamente agevolare questo processo, ma non può sostituire integralmente l’interpretazione.
Le informazioni diventano strategiche quando permettono di motivare le scelte e adottare misure coerenti con le evidenze disponibili.
Le esigenze di conoscenza e verifica dei clienti sono in continua evoluzione. Come stanno cambiando le informazioni necessarie per una corretta valutazione del rischio e quali nuove sfide si prospettano?
La valutazione del rischio richiede una conoscenza sempre più ampia e soprattutto dinamica del cliente. Accanto alle informazioni societarie ed economico-finanziarie, assumono crescente rilevanza la ricostruzione delle relazioni tra soggetti, l’individuazione del controllo effettivo e l’analisi degli elementi reputazionali, anche in contesti internazionali.
Una delle principali sfide riguarda però la capacità di mantenere aggiornato nel tempo il patrimonio informativo. Un profilo di rischio correttamente definito all’avvio del rapporto potrebbe infatti non essere più rappresentativo della situazione del cliente a distanza di tempo.
Cambiamenti negli assetti proprietari, nuovi collegamenti societari o l’emergere di informazioni reputazionali significative possono rendere necessaria una rivalutazione.
La sfida sarà quindi combinare l’evoluzione tecnologica con processi di verifica e monitoraggio proporzionati al rischio, senza perdere di vista la qualità e l’effettiva attendibilità delle informazioni utilizzate.
L’approccio risk-based richiede di calibrare i controlli in funzione del rischio effettivo. Quanto può contribuire una migliore conoscenza informativa del cliente a rendere le verifiche più mirate, proporzionate ed efficaci?
Una conoscenza approfondita e soprattutto verificata del cliente consente di attribuire un livello di rischio più aderente alla sua situazione effettiva e, di conseguenza, di calibrare correttamente l’intensità delle verifiche.
Questo significa concentrare gli approfondimenti dove emergono elementi concreti di criticità, evitando al tempo stesso che informazioni non confermate o falsi positivi determinino classificazioni di rischio ingiustificatamente elevate.
L’approccio basato sul rischio non deve tradursi in un automatismo: un indicatore di anomalia rappresenta un elemento da approfondire, non necessariamente una criticità accertata.
Una classificazione non corretta può comportare verifiche rafforzate non necessarie, rallentamenti nei processi decisionali e un impiego inefficiente delle risorse. Allo stesso modo, un’analisi superficiale può portare a sottovalutare situazioni che richiederebbero maggiore attenzione.
La vera efficacia di una due diligence AML consiste nel mettere il soggetto obbligato nelle condizioni di assumere decisioni consapevoli, documentabili e proporzionate al rischio effettivamente rilevato.
È questo, a mio avviso, il contributo più significativo che un’informazione qualificata può offrire ai processi di adeguata verifica e alla prevenzione del rischio di riciclaggio.
Sei interessato ad approfondire il tema?
Questo focus sarà oggetto di una Sessione dedicata dal titolo “Dalla red flag alla SOS: come documentare le decisioni AML nell’approccio risk-based”, in programma il prossimo 19 novembre nell’ambito del 19° CVDay
Per maggiori dettagli sull’appuntamento e per partecipare visita la pagina https://www.cvday.events/