Intervista a Enrica Landolfi, Senior Advisor P&G
Il mercato del credito sta attraversando una fase di trasformazione, tra evoluzione dei tassi di interesse, incertezza macroeconomica e nuove pressioni regolamentari. Quali sono, a suo avviso, i principali fattori che stanno ridefinendo oggi gli equilibri del settore e quali segnali dovrebbero monitorare con maggiore attenzione gli operatori?
La spinta eccezionale del margine d’interesse si è sopita. Oggi la redditività delle banche torna a giocarsi su quanto si è selettivi nell’erogare e su come si alloca il capitale. Pesano il costo del funding in salita, la crescita del private debt e regole prudenziali che spingono a gestire attivamente gli RWA, anche con cartolarizzazioni e risk sharing. Cosa monitorare? Più che i default conclamati, guarderei alle migrazioni a Stage 2, alla dinamica degli UTP e alla tenuta della cassa operativa delle aziende.
La qualità degli attivi rappresenta uno degli indicatori fondamentali della solidità del sistema creditizio. Quanto è cambiato negli ultimi anni l’approccio degli intermediari alla prevenzione del rischio e quanto è diventato strategico individuare tempestivamente i primi segnali di deterioramento?
Il cambio di passo è netto: non si aspetta più che il credito diventi sofferenza, ci si muove prima con logiche predittive e sistemi di Early Warning. Cogliere i primi segnali deboli incrociando cassa e comportamenti di pagamento non è un mero adempimento formale, ma la leva primaria per difendere il capitale.
Dall’origination e dall’underwriting fino alla gestione delle posizioni deteriorate, il credito attraversa fasi strettamente interconnesse. Perché oggi è così importante superare una visione frammentata del settore e favorire un maggiore dialogo tra chi eroga, monitora e gestisce il credito?
Lavorare per compartimenti stagni non ha senso. Come recuperi un credito dipende da dati e covenant fissati all’origination, leve chiave anche se vuoi distribuire il rischio sul mercato e alleggerire il bilancio. Far dialogare chi eroga, chi controlla i rischi e chi gestisce il workout permette di aggiustare subito prezzi e condizioni, evitando di bruciare valore e muovendosi per tempo.
L’evoluzione degli strumenti di analisi dei dati e delle tecnologie predittive sta offrendo nuove opportunità nella valutazione del merito creditizio e nel monitoraggio delle posizioni a rischio. Quanto possono contribuire queste innovazioni a migliorare la qualità del credito e a prevenire il deterioramento dei portafogli?
Lo dicevo già in passato e lo confermo: questi strumenti incidono davvero solo se aiutano a guardare avanti in modo dinamico, cogliendo le tensioni di cassa ben prima dei bilanci. Ma l’algoritmo non rimpiazza chi decide: la tecnologia funziona solo se affiancata dal giudizio delle persone e da una solida governance.
Il mercato dei crediti deteriorati sta vivendo una fase di evoluzione, nella quale efficienza operativa, capacità di recupero e valorizzazione dei portafogli assumono un ruolo sempre più centrale. Quali sono oggi le principali criticità che gli operatori devono affrontare e quali cambiamenti ritiene necessari per rendere il mercato più efficiente e sostenibile?
La vera criticità è che la materia prima è cambiata: finiti i grandi pacchetti di NPL granulari, oggi affrontiamo UTP e crediti corporate complessi. Qui non serve liquidare, serve turnaround industriale. Per far funzionare il mercato servono partnership stabili tra istituti e investitori e un secondario che scambi sul serio. E c’è un risvolto sociale a cui tengo molto: intervenire per tempo sugli UTP tutela posti di lavoro, filiere e territori, dando una seconda possibilità a imprese
sane ma soffocate dal debito.
Uno dei nodi del mercato secondario degli NPL riguarda il persistente disallineamento tra le
aspettative di prezzo di venditori e investitori. Quali fattori incidono maggiormente su questo divario e quali condizioni potrebbero favorire una maggiore dinamicità delle transazioni?
La forbice sui prezzi si spiega con tre fattori: chi investe paga di più la raccolta e cerca rendimenti più alti, le banche faticano a digerire le perdite a bilancio e i dati nei data tape sono spesso poco omogenei. Secondo me il mercato migliora se si condividono i rischi – con earn-out, co-investimenti o cartolarizzazioni – e con una trasparenza capace di ridurre l’incertezza.
Il credito è in continua evoluzione, con novità che interessano tanto la fase di concessione dei finanziamenti quanto la gestione dei crediti deteriorati. Quale impatto potranno avere la CCD2 e la nuova disciplina del mercato secondario dei crediti sulle strategie e sui modelli operativi degli intermediari?
La nuova direttiva sul credito ai consumatori chiede un’istruttoria molto più rigorosa e tracciabile, tagliando le scorciatoie distributive e spingendo verso piattaforme trasparenti. Al contempo, le norme sul mercato secondario alzano l’asticella per i servicer e uniformano gli standard sui dati. Insieme, spingono a fare origination di qualità, a rendere efficienti i processi e a gestire il credito con trasparenza lungo tutta la sua vita.
Guardando ai prossimi anni, quali ritiene saranno le trasformazioni più significative per il mercato del credito italiano? E quali competenze e modelli organizzativi diventeranno determinanti per affrontare le nuove sfide?
Credo che la trasformazione chiave sia il passaggio a modelli di credito ibridi, dove il private capital affianca il bilancio bancario. In uno scenario macroeconomico delicato, il sistema creditizio potrebbe anche ritrovare una maggiore vocazione sociale – come alcuni istituti sembrano aver già compreso – sostenendo infrastrutture sociali urgenti come, per esempio, l’affordable housing a fronte della crisi abitativa. Tutelare le filiere produttive, l’occupazione e la coesione territoriale è a mio avviso un fattore essenziale di stabilità di lungo termine. Sul piano organizzativo vinceranno gli intermediari capaci di superare le gerarchie con team multifunzionali: servirà integrare finanza strutturata, data science, ESG e risk governance, trasformando il banchiere in partner strategico d’impresa.
Questo focus sarà oggetto di una Sessione dedicata dal titolo “Lo stato dell’arte del mercato del credito: scenari macroeconomici, qualità degli attivi e gestione dei non-performing loans”, in programma il prossimo 19 novembre nell’ambito del 19° CVDay
Per maggiori dettagli sull’appuntamento e per partecipare visita la pagina https://www.cvday.events/
Intervista a Enrica Landolfi, Senior Advisor P&G
Il mercato del credito sta attraversando una fase di trasformazione, tra evoluzione dei tassi di interesse, incertezza macroeconomica e nuove pressioni regolamentari. Quali sono, a suo avviso, i principali fattori che stanno ridefinendo oggi gli equilibri del settore e quali segnali dovrebbero monitorare con maggiore attenzione gli operatori?
La spinta eccezionale del margine d’interesse si è sopita. Oggi la redditività delle banche torna a giocarsi su quanto si è selettivi nell’erogare e su come si alloca il capitale. Pesano il costo del funding in salita, la crescita del private debt e regole prudenziali che spingono a gestire attivamente gli RWA, anche con cartolarizzazioni e risk sharing. Cosa monitorare? Più che i default conclamati, guarderei alle migrazioni a Stage 2, alla dinamica degli UTP e alla tenuta della cassa operativa delle aziende.
La qualità degli attivi rappresenta uno degli indicatori fondamentali della solidità del sistema creditizio. Quanto è cambiato negli ultimi anni l’approccio degli intermediari alla prevenzione del rischio e quanto è diventato strategico individuare tempestivamente i primi segnali di deterioramento?
Il cambio di passo è netto: non si aspetta più che il credito diventi sofferenza, ci si muove prima con logiche predittive e sistemi di Early Warning. Cogliere i primi segnali deboli incrociando cassa e comportamenti di pagamento non è un mero adempimento formale, ma la leva primaria per difendere il capitale.
Dall’origination e dall’underwriting fino alla gestione delle posizioni deteriorate, il credito attraversa fasi strettamente interconnesse. Perché oggi è così importante superare una visione frammentata del settore e favorire un maggiore dialogo tra chi eroga, monitora e gestisce il credito?
Lavorare per compartimenti stagni non ha senso. Come recuperi un credito dipende da dati e covenant fissati all’origination, leve chiave anche se vuoi distribuire il rischio sul mercato e alleggerire il bilancio. Far dialogare chi eroga, chi controlla i rischi e chi gestisce il workout permette di aggiustare subito prezzi e condizioni, evitando di bruciare valore e muovendosi per tempo.
L’evoluzione degli strumenti di analisi dei dati e delle tecnologie predittive sta offrendo nuove opportunità nella valutazione del merito creditizio e nel monitoraggio delle posizioni a rischio. Quanto possono contribuire queste innovazioni a migliorare la qualità del credito e a prevenire il deterioramento dei portafogli?
Lo dicevo già in passato e lo confermo: questi strumenti incidono davvero solo se aiutano a guardare avanti in modo dinamico, cogliendo le tensioni di cassa ben prima dei bilanci. Ma l’algoritmo non rimpiazza chi decide: la tecnologia funziona solo se affiancata dal giudizio delle persone e da una solida governance.
Il mercato dei crediti deteriorati sta vivendo una fase di evoluzione, nella quale efficienza operativa, capacità di recupero e valorizzazione dei portafogli assumono un ruolo sempre più centrale. Quali sono oggi le principali criticità che gli operatori devono affrontare e quali cambiamenti ritiene necessari per rendere il mercato più efficiente e sostenibile?
La vera criticità è che la materia prima è cambiata: finiti i grandi pacchetti di NPL granulari, oggi affrontiamo UTP e crediti corporate complessi. Qui non serve liquidare, serve turnaround industriale. Per far funzionare il mercato servono partnership stabili tra istituti e investitori e un secondario che scambi sul serio. E c’è un risvolto sociale a cui tengo molto: intervenire per tempo sugli UTP tutela posti di lavoro, filiere e territori, dando una seconda possibilità a imprese
sane ma soffocate dal debito.
Uno dei nodi del mercato secondario degli NPL riguarda il persistente disallineamento tra le
aspettative di prezzo di venditori e investitori. Quali fattori incidono maggiormente su questo divario e quali condizioni potrebbero favorire una maggiore dinamicità delle transazioni?
La forbice sui prezzi si spiega con tre fattori: chi investe paga di più la raccolta e cerca rendimenti più alti, le banche faticano a digerire le perdite a bilancio e i dati nei data tape sono spesso poco omogenei. Secondo me il mercato migliora se si condividono i rischi – con earn-out, co-investimenti o cartolarizzazioni – e con una trasparenza capace di ridurre l’incertezza.
Il credito è in continua evoluzione, con novità che interessano tanto la fase di concessione dei finanziamenti quanto la gestione dei crediti deteriorati. Quale impatto potranno avere la CCD2 e la nuova disciplina del mercato secondario dei crediti sulle strategie e sui modelli operativi degli intermediari?
La nuova direttiva sul credito ai consumatori chiede un’istruttoria molto più rigorosa e tracciabile, tagliando le scorciatoie distributive e spingendo verso piattaforme trasparenti. Al contempo, le norme sul mercato secondario alzano l’asticella per i servicer e uniformano gli standard sui dati. Insieme, spingono a fare origination di qualità, a rendere efficienti i processi e a gestire il credito con trasparenza lungo tutta la sua vita.
Guardando ai prossimi anni, quali ritiene saranno le trasformazioni più significative per il mercato del credito italiano? E quali competenze e modelli organizzativi diventeranno determinanti per affrontare le nuove sfide?
Credo che la trasformazione chiave sia il passaggio a modelli di credito ibridi, dove il private capital affianca il bilancio bancario. In uno scenario macroeconomico delicato, il sistema creditizio potrebbe anche ritrovare una maggiore vocazione sociale – come alcuni istituti sembrano aver già compreso – sostenendo infrastrutture sociali urgenti come, per esempio, l’affordable housing a fronte della crisi abitativa. Tutelare le filiere produttive, l’occupazione e la coesione territoriale è a mio avviso un fattore essenziale di stabilità di lungo termine. Sul piano organizzativo vinceranno gli intermediari capaci di superare le gerarchie con team multifunzionali: servirà integrare finanza strutturata, data science, ESG e risk governance, trasformando il banchiere in partner strategico d’impresa.
Questo focus sarà oggetto di una Sessione dedicata dal titolo “Lo stato dell’arte del mercato del credito: scenari macroeconomici, qualità degli attivi e gestione dei non-performing loans”, in programma il prossimo 19 novembre nell’ambito del 19° CVDay
Per maggiori dettagli sull’appuntamento e per partecipare visita la pagina https://www.cvday.events/