L’allarme di Luca Grimaldi, CEO di Faktorec SRL sul futuro delle società di recupero crediti.

Negli ultimi anni il mercato italiano della gestione del credito è stato spesso indicato come uno dei più evoluti d’Europa. Un percorso che ha attirato investitori internazionali e che ha permesso agli operatori italiani di costruire competenze e creare valore ben oltre le aspettative. Oggi, però, qualcosa sembra essersi incrinato e a lanciare un segnale di allarme è Luca Grimaldi, amministratore unico di Faktorec, secondo cui il settore rischia di perdere di vista un elemento fondamentale: la sostenibilità economica delle imprese.

«Siamo stati bravi a creare valore e a rendere attrattivo il mercato italiano, ma probabilmente abbiamo spinto troppo sull’acceleratore. Oggi il mercato si è ingessato e se tanti grandi operatori hanno progressivamente ridotto la loro esposizione su determinate attività un motivo c’è: la marginalità si è assottigliata sempre di più». Secondo Grimaldi, la questione non riguarda soltanto le provvigioni o la riduzione dei portafogli disponibili. Il problema è più profondo e riguarda il modello stesso che si è sviluppato negli ultimi anni.

«Si è parlato per mesi di specializzazione, di compliance, di certificazioni e di standard sempre più elevati. E molte imprese hanno investito realmente, mettendo mano alle strutture, ai processi e alla formazione. Ma oggi la domanda è un’altra: chi sta riconoscendo economicamente questi investimenti?» spiega Grimaldi.

Da qui nasce una riflessione che il manager sintetizza con una domanda provocatoria: dov’è finito l’imprenditore? «Ho l’impressione che il settore sia diventato quasi accademico. Si parla di norme, procedure, bollini e requisiti, ma sembra essersi persa la consapevolezza del costo d’impresa. È come se ci fossimo dimenticati che dietro alle società ci sono persone che investono, assumono, rischiano e cercano di costruire valore».

Per Grimaldi, negli ultimi anni molte aziende hanno creduto nella trasformazione del settore, sostenendo investimenti importanti. «C’è chi ha speso cifre che avrebbero permesso di acquistare immobili o fare altri investimenti personali. Invece ha scelto di reinvestire tutto nell’azienda, perché credeva nel futuro della propria attività. Oggi, però, molti si chiedono se questo sforzo sia stato davvero valorizzato».

La situazione, spiega, è particolarmente critica per quella fascia di imprese con fatturati compresi tra zero e tre milioni di euro, realtà che per anni hanno rappresentato una parte importante del tessuto imprenditoriale del comparto. «Sono aziende che si sono strutturate, che hanno investito e che non hanno mai smesso di lavorare – afferma- Eppure oggi molte di loro stanno vivendo una situazione estremamente difficile. Non per mancanza di capacità imprenditoriale, ma perché il mercato è cambiato più velocemente della capacità di generare marginalità».

A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge l’aumento del prezzo dei portafogli. Secondo Grimaldi, sul mercato secondario vengono oggi acquistate posizioni a valori significativamente superiori rispetto a pochi anni fa, nonostante si tratti spesso di pratiche già ampiamente lavorate e caratterizzate da livelli di deterioramento sempre più elevati.

Una dinamica che inevitabilmente si riflette sulla parte finale della filiera. I nuovi acquirenti sono costretti a comprimere ulteriormente le provvigioni riconosciute alle società incaricate della gestione, riducendo i margini e allungando i tempi necessari per recuperare gli investimenti effettuati.

Il tema della Secondary Market Directive rappresenta un altro passaggio centrale dell’analisi di Grimaldi: «Va dato atto che è stato fatto molto. Le società ex articolo 115 sono riuscite a proseguire l’attività e questo è un risultato importante». Ma, allo stesso tempo, secondo il CEO di Faktorec qualcosa avrebbe potuto essere affrontato diversamente: «Sono stati eliminati alcuni limiti storici, ma poi si è creato un sistema nel quale, di fatto, chi compra non può gestire direttamente e deve ricorrere a ulteriori passaggi e strutture intermedie. Alla fine si moltiplicano i costi e si riducono ancora di più le marginalità».

Anche sul fronte associativo, Grimaldi non nega l’impegno profuso negli ultimi anni. Anzi, riconosce il lavoro svolto e le risorse investite per accompagnare il settore nella fase di transizione. Tuttavia ritiene che la voce degli imprenditori avrebbe dovuto avere un peso maggiore: «È stato fatto tanto, e credo sia giusto dirlo. Ma forse sarebbe stato necessario ascoltare di più chi ogni giorno deve fare i conti con i bilanci delle proprie aziende. Noi imprenditori stiamo lanciando un allarme e forse questo allarme non è stato percepito fino in fondo».

Un allarme che, secondo Grimaldi, nasce anche da una narrazione che continua a guardare al passato: «Oggi il mercato è completamente cambiato e continuare a ragionare con categorie del passato rischia di essere fuorviante – continua – Ci è stato detto che il futuro sarebbe stato nelle competenze, nelle certificazioni e nei processi. Ma quanti committenti chiedono davvero una specializzazione sostanziale e non semplicemente un bollino? Chi premia concretamente chi ha investito?».

La preoccupazione riguarda anche il capitale umano. Secondo Grimaldi, la figura dell’operatore del credito sta diventando sempre più difficile da reperire e trattenere: «Si chiedono competenze sempre più elevate, ma poi queste professionalità non vengono adeguatamente valorizzate. È difficile immaginare che un settore possa continuare a crescere se chi lavora ogni giorno nelle attività operative non vede riconosciuta la propria professionalità».

Da qui nasce la convinzione che nei prossimi mesi molte realtà potrebbero trovarsi in seria difficoltà. «Non mi stupirei se entro fine anno dovessimo assistere alla chiusura di diverse società. Non lo dico con spirito polemico, ma perché vedo quotidianamente quello che sta accadendo» sostiene.

Eppure, secondo Grimaldi, una strada esiste ancora. Ed è quella che definisce una «aggregazione coraggiosa». «Coraggiosa è la parola giusta – sottolinea – Perché significa rinunciare a una parte della propria autonomia, mettere insieme competenze e costruire qualcosa di più grande. Per molti imprenditori la propria azienda è come un figlio e fare un passo indietro non è semplice. Ma probabilmente sarà necessario».

I debitori non spariranno e la necessità di operatori qualificati continuerà a esistere, conclude Grimaldi. La domanda, semmai, è un’altra: «Quando il mercato avrà nuovamente bisogno di queste professionalità, ci saranno ancora abbastanza imprese in grado di metterle a disposizione?».

Una domanda che, forse, non riguarda soltanto gli imprenditori del recupero crediti, ma l’intera filiera. E che richiama tutti gli attori del settore a una riflessione più ampia: trovare il giusto equilibrio tra norme, specializzazione e sostenibilità economica. Perché senza imprese sane, alla lunga, anche il sistema più perfetto rischia di perdere la propria efficacia.

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