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La banca del futuro? Dovrà trasformarsi in una tech company

E’ notizia di questi giorni: Santander ha messo sul piatto 20 miliardi di euro nei prossimi quattro anni per accelerare la trasformazione digitale. È più o meno quattro volte quello che in quattro anni l’intero sistema bancario italiano investe in tecnologia. Ma anche da noi lo scenario cambia: questa settimana Bnl ha annunciato un piano di riorganizzazione che ruota attorno all’applicazione di robotica e intelligenza artificiale per automatizzare alcuni processi, con pesanti ricadute occupazionali, ma anche all’«estensione massiva delle tecnologie digitali» per una «migliore customer experience».

D’altra parte la banca del futuro sarà una tech company, non solo in termini di investimenti tecnologici ma anche – e soprattutto – di cultura digitale complessiva che sappia riconfigurare il business attorno alla relazione con il cliente laddove si trova. Non c’è dubbio che oggi la rete delle filiali, sempre meno punto di contatto con il cliente, e la struttura informatica legacy, basata su architetture chiuse, diventano vere e proprie palle al piede di un sistema che deve adeguarsi a una dinamica competitiva più simile al tech, fondata sull’uso intelligente dei dati e sull’open innovation. Sono queste le indicazioni che emergono dal rapporto “Le banche del futuro”, messo a punto da The Europea House Ambrosetti con Openjobmetis focalizzato sulla rivoluzione che sta travolgendo i servizi finanziari.

«Il banking è in profonda trasformazione sotto la spinta delle nuove tecnologie. Coinvolge in misura crescente nuovi attori come le Fintech e le stesse Big tech. L’offerta di servizi di banking è sempre più orientata al cliente. Tutto ciò apre nuove sfide ma anche nuove opportunità alle banche tradizionali che devono sfruttarle massimizzando il valore del capitale umano e del capitale intangibile», commenta Pier Carlo Padoan, ex ministro dell’Economia e advisor della ricerca.

Cambia lo scenario competitivo

L’evoluzione tecnologica trasforma l’intero scenario competitivo per tutti i comparti, avviando una rapida transizione verso una “intangible rich economy”: «Si tratta di un cambio di paradigma storico: per la prima volta gli investimenti in beni intangibili hanno superato quelli in beni fisici, cambiando profondamente lo scenario finanziario sia per la difficile valutazione di questi investimenti e il minor valore percepito come garanzia, sia per alcune caratteristiche specifiche come la scalabilità, dal momento che permettono facilmente di estendere il costo iniziale a tutta l’organizzazione», spiega Corrado Panzeri, responsabile InnoTech Hub di Ambrosetti. Basti pensare che i beni immateriali sono decurtati dal calcolo del capitale di garanzia.

Prima l’asset strategico era la rete distributiva fisica e i “centri elaborazione dati”, in un’ottica passiva delle banche, oggi diventa la tecnologia in una logica di architettura aperta e abilitante di una nuova relazione con il cliente sulla base di servizi a valore aggiunto che vadano oltre la tradizionale offerta bancaria.

Il timore di Big Tech

Da questo punto di vista il fintech è un modello incentivante. Anzi le startup che riescono a rispondere a bisogni molto specifici dei consumatori – dai pagamenti ai finanziamenti sul working capital – rendendoli scalabili su scala globale e monetizzandoli mediante servizi a valore aggiunto rappresentano una lezione per le banche: la gran parte delle risposte dei membri del Club interpellati nella ricerca vedono nel fintech non tanto i concorrenti, quanto gli abilitatori di un nuovo modo di fare banca.

Quello che è più temuto è il Big Tech. Colossi come Apple, Google, Facebook e Amazon «hanno una potenza di fuoco enorme in investimenti tech e capacità di fare leva su una massa di dati enormi diventando una minaccia reale attraverso la disintemediazione della relazione con il cliente», prosegue Panzeri. In effetti i dati bancari, insieme a quelli sanitari, sono le uniche tipologie di informazioni che mancano ai colossi tecnologici per avere lo spettro totale della nostra vita. È un patrimonio che quindi per i Gafa vale e potrebbe convincerli a superare la barriera di una redditività molto più bassa per le banche: la migliore, Jp Morgan, si ferma al 10,92% di Roe, contro il 15,2% di Amazon e Google e il picco del 40,7 di Apple.

L’esigenza di grandi investimenti tecnologici imporrà l’accelerazione del processo di consolidamento bancario. L’effetto è una polarizzazione tra grandi banche universali, frutto di un processo di aggregazione paneuropeo, e istituti verticali, molto specializzati sul modello fintech. «Se le banche si faranno disintermediare nella relazione con i clienti finali, rischiano di diventare delle mere “fabbriche della finanza”, di meri fornitori di servizi a basso valore aggiunto, mentre il valore è appannaggio di altri attori, Big Tech in testa», aggiunge Panzeri.

L’impatto sulle competenze

La transizione tecnologica finisce per provocare esuberi e riconversioni dal punto di vista occupazionale, come dimostra anche il caso di Bnl che si concretizza in circa 800 esuberi. Nel settore finanziario un posto su cinque è a rischio di automazione. Ma è l’intero spettro di competenze che risulta inadeguato: le professione «oboslete o in eccedenza» si scontrano con nuove competenze emergenti. Oggi i profili ingegneristici e informatici in Italia coprono il 3,8% dell’occupazione totale delle banche (6,5% la media europea), che deve necessariamente crescere con professionalità nuove. In questi campi le banche soffriranno di un deficit di attrattività nei confronti di altre realtà. Ma il problema reale è la riconversione del restante 96,2% dei dipendenti che dovranno essere ri-formati sulla base dei nuovi modelli operativi.

«Persone e istituti non devono subire il cambiamento: lo strumento indispensabile è saper coniugare le competenze associate all’evoluzione del settore – data skill, management skill, human skill, digital skill – al know-how specifico del mondo bancario», sottolinea Rosario Rasizza, ad di Openjobmetis. La formazione non si limita più ai banchi di scuola: diventa necessario studiare per tutta la vita.


Autore: Pierangelo Soldavini
Fonte:

Il Sole 24 Ore

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