Dalla Redazione

NPL, il cortocircuito tra domanda e offerta

Di questi tempi, la redditività delle banche italiane è ridotta sempre al lumicino, occorre molto spesso ricapitalizzare e provare a cedere i Non Performing Loans, i crediti deteriorati. Attualmente, il volume dei contratti oggetto delle possibili operazioni di mercato si aggira sui50 miliardi. Nella cifra vanno compresi gli oltre 17 miliardi oggetto della doppia transazione avviata da Unicredit e i 28 miliardi che dovrebbero essere separati da Mps con la regia del fondo Atlante.

In Italia, tuttavia, il mercato degli NPL stenta a decollare: ci sono ancora importanti problemi legati al prezzo e alla differenza (troppo ampia) che c’è tra il valore cui le banche sarebbero disposte a vendere i loro crediti in sofferenza e il prezzo al quale gli operatori specializzati sono disposti a comprare.

I banchieri sono convinti che i prezzi offerti dagli investitori siano speculativi e molto al di sotto del reale valore. Vero è che i crediti esposti nei bilanci delle banche sono contabilizzati in base a delle regole fissate a livello internazionale che devono stimare l’ammontare effettivamente recuperabile e i tempi previsti per il recupero. Gli investitori di mercato, avendo una prospettiva economica, applicano diverse metodologie di valutazione delle sofferenze.

Per ridurre questo spread e creare più un mercato occorrerebbe una migliore informazione sui possibili tassi di recupero delle banche, più trasparenza e minori tempi di recupero. I meccanismi predisposti dal governo con la garanzia statale sulla tranche senior (GACS) e promossi dalle banche mediante il Fondo Atlante, vanno nella direzione di ridurre il costo medio del capitale dei vicoli specializzati per la cartolarizzazione dei crediti deteriorati (SPVs) con un effetto positivo sul prezzo di cessione.

Alcuni istituti, in questi mesi, stanno utilizzando la strada delle garanzie pubbliche nelle loro operazioni di cartolarizzazione per massimizzare il prezzo di uscita degli NPL. Chiaramente, dove c’è la garanzia dello stato, l’operazione può venir fatta a condizioni migliori per le banche e non riesce a colmare l’ampio divario tra prezzi banche/investitori osservato sul mercato italiano.

“Si tratta di sano realismo – ha affermato di recente aFormiche.netAlessandro Balsotti, direttore investimenti di Jci Capital – i vulture fund che sono disposti a comprare questi crediti lo fanno solo a prezzi molto bassi perché il loro è un approccio da speculatori e devono guadagnare dall’operazione. Una valorizzazione a 25 centesimi implica una perdita per le banche di circa 18/19 centesimi per euro di NPL, nel complesso 40 miliardi scarsi”. Ovviamente questi sono i prezzi riferiti agli NPL secured, mentre per il portafoglio unsecured i valori sono più bassi. Si tratta comunque di una cifra perfettamente sopportabile dal sistema.

Anche secondo la società di investimento Pimco, 40 miliardi di euro sarebbero “una cifra gestibile perché non imponente nel contesto dell’economia italiana. Rispetto alla crisi bancaria irlandese, che ha pesato per il 30% del Pil, e a quella spagnola, che ha richiesto fondi quasi del 10% del Pil, la crisi italiana potrebbe essere verosimilmente risolta con un costo che si aggira intorno al 2% del Pil”. Ci sono almeno altre due ragioni che consentono alle banche di stare tranquille (cosa che vale meno per i piccoli investitori). La prima è che una porzione significativa di questi fondi potrebbe giungere dal settore privato: “ad esempio, UniCredit sta approntando un ampio programma di ricapitalizzazione, che sarà coperto molto probabilmente da investitori azionari nuovi ed esistenti. Secondo, i contribuenti italiani sarebbero chiamati a supportare le banche che hanno accesso limitato ai mercati pubblici. Tuttavia, l’esborso complessivo potrebbe essere mitigato dalla conversione delle obbligazioni subordinate in azioni. Monte Dei Paschi, ad esempio, potrebbe potenzialmente raccogliere più di 4 miliardi in questo modo”. Tenendo conto dei finanziamenti privati e della conversione del debito subordinato, il governo italiano potrebbe risolvere il problema delle sofferenze con una spesa pubblica di circa 10 miliardi.

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