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Risparmio o efficienza? Il confronto sulla trasformazione digitale nella credit industry

La trasformazione digitale sta cambiando profondamente il mondo del credito, ma quali sono oggi le vere priorità delle aziende? Per provare a rispondere siamo partiti dai risultati dell’ultimo sondaggio di Credit Village, che ha coinvolto la nostra community su competenze, innovazione tecnologica e investimenti per il futuro.

Ne ho parlato con Matteo Bianchi, Partner di Sydema, ed Emanuele Reale, Presidente di Best Italia. Quella che doveva essere un’analisi dei dati si è trasformata in una conversazione molto più ampia, nella quale è emersa una domanda destinata a tornare più volte: la tecnologia serve davvero a ridurre i costi o il suo valore sta soprattutto nell’efficientare i processi?

Competenze e cambiamento: il vero ostacolo è governare l’innovazione

Il primo dato del sondaggio fotografa bene una delle sfide che il settore sta vivendo: per il 43% degli operatori il principale ostacolo alla trasformazione digitale è rappresentato dalla carenza di competenze e dalla gestione del cambiamento. Un risultato che ha aperto subito il confronto, partendo da una riflessione semplice: la tecnologia ha corso molto più velocemente della nostra capacità di assimilarla, sia nella vita quotidiana sia, soprattutto, nelle aziende.

Per Matteo Bianchi il tema è innanzitutto quello della fiducia e delle competenze. «L’intelligenza artificiale ci aiuta e ci semplifica molte attività, ma poi qualcuno deve verificarne il lavoro. Oggi le competenze sono diventate doppie: bisogna conoscere il mestiere, ma anche saper dialogare con l’AI. Se non si impostano correttamente gli strumenti, il rischio è ottenere risultati sbagliati.» Un cambiamento che, secondo Bianchi, sta modificando profondamente anche il ruolo delle risorse umane e le professionalità richieste dal mercato.

Emanuele Reale condivide questa lettura, ma aggiunge un’altra chiave di interpretazione. «Stiamo vivendo una fase di transizione. Le aziende devono continuare a sostenere i costi del modello tradizionale e, contemporaneamente, investire nelle nuove tecnologie. Inoltre, il nostro è un settore con un’età media piuttosto elevata e questo rende il cambiamento ancora più complesso.» Un aspetto che, secondo Reale, pesa tanto quanto la tecnologia stessa e contribuisce a spiegare perché la gestione del cambiamento sia oggi percepita come il principale ostacolo all’innovazione.

Risparmiare o efficientare? La domanda che cambia prospettiva

Il secondo quesito del sondaggio, dedicato alle aree del ciclo di vita del credito che richiedono i maggiori investimenti tecnologici, ha aperto una riflessione che è andata ben oltre le percentuali. Durante la conversazione è emersa una domanda semplice, ma centrale: la tecnologia serve davvero a ridurre i costi oppure il suo vero valore è rendere i processi più efficienti? Da qui il confronto si è acceso.

Per Matteo Bianchi il tema parte da un presupposto: «Siamo convinti che la tecnologia costi poco, ma in realtà oggi costa in modo diverso. Siamo passati da investimenti certi a costi variabili: cloud, token, infrastrutture e consumi energetici. Se questi aspetti non vengono governati, il budget può crescere rapidamente e diventare difficile da controllare». Una situazione che, secondo Bianchi, pesa soprattutto sulle realtà medio-piccole, dove l’imprenditore si trova a gestire costi sempre meno prevedibili e spesso senza le competenze necessarie per governarli.

Emanuele Reale ha raccolto lo spunto, osservando come il mercato stia passando da una logica di acquisto a una di consumo. «Prima acquistavi un software e sapevi quanto avresti speso. Oggi utilizzi servizi che crescono insieme all’attività dell’azienda e questo richiede un controllo continuo.» Ma c’è un altro aspetto che, secondo Reale, non può essere sottovalutato: non tutte le aziende possono permettersi di sostenere grandi investimenti tecnologici. «Le realtà medio-piccole, che rappresentano una parte importante del nostro mercato, devono fare i conti con risorse limitate e spesso non hanno la possibilità di affrontare progetti di digitalizzazione complessi. Per questo diventa fondamentale scegliere con attenzione dove investire e valutare il reale ritorno di ogni tecnologia introdotta

Da qui la riflessione condivisa: il tema non è scegliere tra risparmio ed efficienza, ma trovare il giusto equilibrio. Perché una tecnologia che riduce i costi ma non migliora i processi rischia di essere un falso risparmio, mentre un investimento ben pianificato può generare efficienza e valore nel tempo, anche senza disporre dei budget delle grandi aziende.

L’intelligenza artificiale parte dai dati

Dall’ultima domanda del sondaggio emerge un dato chiaro: nei prossimi 24 mesi le aziende della credit industry concentreranno i maggiori investimenti su intelligenza artificiale e analytics. Un risultato che non sorprende, ma che durante la nostra chiacchierata con Matteo Bianchi ed Emanuele Reale ha portato la discussione su un tema spesso dato per scontato: siamo sicuri che, prima dell’AI, le aziende abbiano davvero costruito basi solide su cui farla lavorare?

Per Matteo Bianchi la risposta è chiara. «Oggi tutti parlano di intelligenza artificiale, ma si dimenticano che l’AI è tanto efficace quanto lo sono i dati che le mettiamo a disposizione. Se il dato è sporco, incompleto o non governato, anche il risultato sarà sbagliato. L’intelligenza artificiale non corregge gli errori, li amplifica.» Secondo Bianchi, quindi, prima di inseguire l’ultima innovazione tecnologica, le aziende dovrebbero investire nella qualità e nella governance del dato, perché è da lì che passa il vero valore dell’AI.

Anche Emanuele Reale condivide questa visione. «Il dato è uno degli asset più importanti che un’azienda possiede. Prima di pensare a nuovi strumenti bisogna chiedersi come vengono raccolte, organizzate e utilizzate le informazioni. Solo partendo da dati affidabili si possono automatizzare i processi e prendere decisioni migliori.» Una riflessione che, ancora una volta, riporta il confronto su un concetto emerso più volte durante la discussione: la tecnologia, da sola, non basta. Per generare valore servono metodo, competenze e una strategia chiara.

Quando la compliance diventa un investimento

La conversazione si è chiusa con un tema che, in fondo, racchiude tutti quelli affrontati fino a quel momento. Per Matteo Bianchi, infatti, «la compliance non dovrebbe mai essere vista come un semplice costo. Se viene supportata dalla tecnologia diventa uno strumento capace di rendere i processi più efficienti, ridurre gli errori e, soprattutto, tutelare l’azienda». Un concetto che si lega perfettamente a quanto emerso durante tutto il confronto: la tecnologia crea valore quando viene utilizzata per migliorare il modo di lavorare e non solo per automatizzare attività.

Su questo punto si è inserito anche Emanuele Reale, sottolineando come oggi la reputazione rappresenti uno degli asset più importanti per un servicer. «Una gestione strutturata dei reclami, delle PEC e delle comunicazioni non significa soltanto rispettare la normativa, ma anche dimostrare affidabilità nei confronti di mandanti, clienti e stakeholder. La compliance, quindi, diventa un investimento sulla credibilità dell’azienda».

È proprio da queste riflessioni che nasce il prossimo sondaggio, dedicato alla gestione dei reclami, delle email e delle PEC. Vogliamo capire se le aziende considerino questi processi ancora un semplice adempimento regolamentare o se, invece, li vedano come un’opportunità per migliorare l’organizzazione interna, rafforzare la reputazione e creare valore. Perché, come è emerso dalla nostra chiacchierata, la vera sfida non è scegliere tra innovazione e compliance, ma comprendere come la tecnologia possa trasformare entrambe in un vantaggio competitivo mantenendo il giusto bilanciamento tra risparmio ed efficienza.

Clicca qui per partecipare al sondaggio: la partecipazione è completamente anonima e richiede meno di un minuto: è sufficiente cliccare sul link, selezionare “Accedi a Slido” (non è necessario creare un profilo) e rispondere a 4 brevissime domande.