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AI nel credit management: perché non sostituisce le persone, ma le rende più efficaci

Intervista a Simone Bartoloni, Portfolio Management & BI Director Axactor Italy

Negli ultimi anni si è parlato di intelligenza artificiale in modo quasi ossessivo. Nel nostro settore, quello del credit management, però, il punto non è più se utilizzarla oppure no. La vera domanda è come farlo in modo concreto e sostenibile, evitando che resti solo un tema di discussione.

In Axactor abbiamo scelto un approccio molto pragmatico: niente teoria fine a sé stessa, ma integrazione reale nei processi, partendo da un principio chiaro: l’intelligenza artificiale non deve sostituire le persone, ma potenziarle. È un passaggio culturale prima ancora che tecnologico.

Abbiamo strutturato un modello che coinvolge direttamente le persone, con un AI Advisory Board e ambassador locali, perché crediamo che l’innovazione non debba essere calata dall’alto, ma costruita insieme. Chi lavora ogni giorno sui processi è anche chi meglio può migliorarli, perché conosce inefficienze, tempi e criticità operative.

I primi risultati si vedono già nelle attività operative. Dalla gestione documentale, dove oggi i sistemi riconoscono, classificano ed estraggono automaticamente le informazioni dai documenti, fino alle scorecard predittive, che permettono di capire quale sia il canale più efficace per contattare un cliente, telefono, email, WhatsApp, migliorando tempi e risultati.

Si tratta di modelli che lavorano su una molteplicità di variabili, dai comportamenti storici alla tipologia del credito, fino alle modalità di interazione più efficaci. Un lavoro che manualmente richiederebbe tempo e risorse, mentre oggi può essere gestito in modo rapido e strutturato.

Questo non significa automatizzare tutto, ma ridurre il lavoro ripetitivo e a basso valore, lasciando spazio a ciò che davvero conta: analisi, relazione, decisione.

Un esempio concreto? Un operatore oggi non perde più tempo a chiamare numeri che non rispondono, ma lavora su contatti con maggiore probabilità di successo. Questo cambia completamente la qualità del lavoro quotidiano, rendendolo più efficace e meno dispersivo.

Allo stesso modo, anche la formazione evolve: grazie all’AI è possibile individuare rapidamente criticità nelle performance e intervenire in modo mirato, migliorando l’efficacia dei team e accelerando i percorsi di crescita.

Il vero punto, però, è un altro. L’intelligenza artificiale fa paura quando non la si conosce.
Ed è qui che si gioca la partita più importante: quella culturale.

Per questo abbiamo investito in percorsi di formazione interni e in strumenti accessibili a tutti, perché solo attraverso la conoscenza si costruisce fiducia. E senza fiducia, qualsiasi tecnologia resta inutilizzata o, peggio, utilizzata male.

C’è poi un aspetto spesso sottovalutato: l’AI non è una fonte automatica di verità. Richiede metodo, capacità di lettura e senso critico. Saperla utilizzare significa anche saperne interpretare i risultati.

Guardando avanti, la direzione è chiara: portare l’AI anche nelle attività di investimento e gestione dei portafogli, rendendo sempre più veloce e precisa la capacità decisionale, in un contesto dove il tempo è sempre più una variabile competitiva.

Ma senza mai perdere di vista un principio fondamentale: la tecnologia non è la fonte della verità, è uno strumento. Sta alle persone usarla nel modo giusto.

In un mercato che corre sempre più veloce, la differenza non la farà chi utilizza l’intelligenza artificiale, ma chi riuscirà a integrarla davvero nei processi, mantenendo al centro le competenze umane.

Perché, alla fine, il valore non è nell’algoritmo. È nella capacità di usarlo.

Articolo pubbliredazionale

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