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Smart working: in Italia a che punto siamo?

Sono sempre più i lavoratori italiani che apprezzano il lavoro agile, lo smart working, appunto, ed iniziano a ritenerlo un ottimo strumento per poter conciliare la vita professionale con quella privata. Emerge però un paradosso, nonostante si evinca chiaramente dalla sociologia che le donne, a causa di un welfare praticamente assente, spesso si trovano in gravi difficoltà a gestire lavoro e ménage familiare, esse non sembrano propense al lavoro agile, ma anzi sono tra le prime a temere lo strumento.  Sebbene il 48% dei lavoratori, un dato che supera di sette punti percentuali la media globale e di nove punti la media europea ha già sperimentato e sta sperimentando forme di lavoro riconducibili al concetto di smart working, sono le donne quelle ad essere più prudenti sull’efficacia dello stesso. Questo evidenziano i dati, emersi dall’ultimo Randstad Workmonitor  –l’indagine trimestrale sul mondo del lavoro di Randstad- , dedicato alle modalità di lavoro e all’equilibrio fra vita professionale e privata. Valentina Sangiorgi, Chief HR Officer di Randstad Italia, sostiene che vi sia da abbattere ancora una barriera culturale che aleggia intorno al lavoro da casa, che ovviamente non avrà alcuna ripercussione sulla vita lavorativa, anzi potrebbe permettere una gestione più oculata del tempo e garantire maggiore spazio per la vita privata.

La multinazionale olandese, secondo operatore al mondo nei servizi per le risorse umane, sfata dunque un luogo  comune molto diffuso, le donne nel nostro Paese infatti preferiscono lavorare in ufficio più degli uomini (+10%) e non ritengono lo smart worging utile all’equilibrio tra lavoro e vita privata (-11%). L’analisi evidenzia altresì che ad essere maggiormente interessati allo strumento sono soprattutto i giovani, che trovano molto stimolante il poter lavorare da casa, gestendo dunque interessi personali e lavorativi.  L’indagine condotta su un campione di 400 lavoratori tra i 18-65 anni evidenzia come il  40% di questi  affermano di trovarsi in una sorta di limbo, nelle imprese, dunque, seppur lentamente e non in modo uniforme, si sta cercando di passare dalla forma di lavoro tradizionale a quella smart, adeguandosi ad un fenomeno sempre più in crescita. Fa ben sperare il fatto che, come emerge da alcuni analisi che raffrontano il lavoro agile tra Italia e resto d’Europa,  l’Italia sia ad oggi il Paese con una delle percentuali più alte in Europa di lavoratori favorevoli allo smart working, superata solo da Portogallo Francia e Svizzera, questo potrebbe indicare che effettivamente è in atto un cambiamento anche culturale, che si spera nel tempo produca risultati tangibili realisticamente.

Dal momento che nel 2022, come stima la  società di ricerca Idc  che si inserisce nel dibattito: ‘ la tecnologia e la digitalizzazione dell’esperienza del consumatore/utente stanno rivoluzionando il modo di lavorare, l’organizzazione nel suo insieme e gli spazi fisici e logici dell’azienda’,  il 65% della forza lavoro europea, e quindi 123 milioni di individui, sarà composta da mobile worker, gli analisti sono certi che andrà diffondendosi sempre più il paradigma del «digital workspace»  che sposta il focus sul concetto di «chi sei/cosa fai» rispetto al «quando entri/quando esci/dove sei».

Vi è anche chi reputa che le aziende italiane dovrebbero puntare maggiormente sulla potenzialità intrinseca del lavoro agile, ancora troppo sottovalutato, tra questi Carlo De Angelis, architetto e founder di Dec (azienda specializzata nella progettazione di interni) che ritiene ad esempio che non si sia colta ancora l’essenza della parola ‘smart’ che affianca questa tipologia di lavoro. “Essere “smart” non significa semplicemente lavorare uno o due giorni a settimana da casa, dice, perché lo smart working è molto di più: è un nuovo approccio al tradizionale modo di lavorare e di collaborare all’interno di un’organizzazione. E presuppone significativi cambiamenti». In effetti i dati sembrano in linea con quanto emerso concreto dall’Osservatorio del Politecnico di Milano che evidenzia che nonostante se ne faccia un gran parlare solo una bassa percentuale di grandi aziende lo applichi, nel 2017, ad esempio, erano il 36% (su un campione di 206, ndr.) Poi spiega De Angelis l’ostacolo principale nello sviluppo dello smart Working “sta nel fatto che prevale ancora l’idea di voler controllare il dipendente, di tenerlo ancorato alla sedia come se la sua produttività fosse direttamente proporzionale alle ore di lavoro passate di fronte allo schermo. Mettendo il lavoratore al centro dell’organizzazione, al contrario, lo si rende più autonomo e responsabile anche riguardo la possibilità di scegliere il luogo, gli orari e gli strumenti con cui svolgere le proprie mansioni.”

In un quadro di confronto emerge che siamo indietro rispetto ad altri Paesi, peggio di noi, dice, solo Grecia e Cipro. Nel Nord Europa, aggiunge,  “c’è una maggiore diffusione dello smart working perché esiste una predisposizione culturale che considera il lavoro da casa impegnativo e serio quanto lo sia svolgerlo in ufficio. Se in Italia non scardiniamo questa concezione di “sorveglianza” del lavoratore sarà impossibile fare il salto di qualità”.

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