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Bad bank, la «lezione» dei modelli europei

La compravendita delle sofferenze bancarie può dirsi un mercato dei “bidoni”, meglio noto come “market for lemons”, perché è dominata dall’asimmetria informativa: è estremamente difficile stabilire con esattezza il valore di recupero di un credito deteriorato divenuto sofferenza, non-performing o bad loan. Non c’è da sorprendersi quindi se a dieci anni dallo scoppio della Grande crisi bancaria, l’Europa non sia ancora riuscita a definire con chiarezza le regole del gioco per l’istituzione delle asset management companies (Amc), finite in un vicolo stretto e cieco tra la normativa e la prassi sugli aiuti di Stato, la direttiva Brrd su burden sharing e bail-in, e la necessità impellente di liberare i bilanci delle banche (e il capitale prudenziale) da montagne di Npl che frenano l’erogazione dei good loans. Serve un mercato secondario delle sofferenze, bisogna velocizzare il recupero dei crediti migliorando la normativa, ma l’Amc può essere decisiva nel trovare un giusto compromesso sul prezzo al quale le sofferenze vanno cedute.
Impropriamente note come “bad banks” (non sono banche, non hanno licenza bancaria, agiscono meramente come gestori del recupero crediti o come società specializzate nel disinvestimento di asset), la creazione di nuove Amc non decolla perché gira a vuoto in un tipico corto circuito europeo: se le banche svendono i Npl a valori di mercato stracciati (fire sale), incorrono in perdite e aumenti di capitali ingenti e questo non funziona per gli istituti di credito che non hanno facile accesso al mercato. Se invece le banche vendono i Npl a prezzo di libro o comunque ben sopra il prezzo di mercato e sopra il prezzo Rev stabilito dalla Dg comp, e li trasferiscono così ad Amc capitalizzate dallo Stato ed emettenti di bond garantiti dallo Stato, allora scatta l’aiuto di Stato e con esso il burden sharing e la ristrutturazione della banca. Per uscire dallo stallo o almeno gettare un raggio di luce, entro la fine del 2017 la Commissione europea si è impegnata a pubblicare le prime linee guida sull’istituzione delle Amc nazionali: pungolata dalla Bce, Bruxelles deve ora mettere nero su bianco le complesse (ma ora oscure) equazioni che portano la Dg comp a definire il”Rev”, il prezzo reale economico che è il punto di partenza per fissare il prezzo del trasferimento (transfer value) leggermente sopra il prezzo di mercato ma ben al di sotto del valore di libro: questo chiarimento è importante perché consentirà alle banche di calcolare preventivamente l’eventuale costo (anche in termini di burden sharing o aumento di capitale) della vendita delle sofferenze alla Amc. Un altro aspetto che Dg comp ed Eurostat dovranno definire in queste linee guida è la governance della Amc e il tipo di composizione dell’azionariato tra pubblico e privato, per consentire agli Stati con alto debito pubblico (Italia, Grecia, Portofallo e Cipro hanno i ratios Npls più alti sul totale degli impieghi) di valutare preventivamente l’impatto eventuale della Amc nazionale su conti pubblici e debito pubblico.
Di Amc in realtà ne esistono diverse in Europa. Dopo la Nama irlandese creata nel 2009 come istituto privato, ad oggi con grassi profitti, diversi Stati (Spagna, Germania, Slovenia, Lettonia, Ungheria, Italia) si sono cimentati sulle Amc.
In mancanza di linee guida generali, ogni Paese è andato per la sua strada. Il grande spartiacque resta la direttiva Brrd del 2014 su burden sharing e bail-in. Tuttavia, prima della Brrd, la Commissione europea e la Dg comp hanno vigilato da vicino su Amc e aiuti di Stato dati alle banche. Per esempio, nel 2010 la Germania si è potuta permettere di trasferire tutti gli asset (tra i quali oltre 20 miliardi di titoli di Stato italiani) di un unico gruppo bancario alla Amc Fms posseduta al 100% dallo Stato federale: il trasferimento è avvenuto a valore di libro, e quindi l’aiuto di Stato è stato integrale. Le perdite se le è accollate tutte lo Stato e l’importo del trasferimento ha fatto lievare il debito pubblico tedesco dell’8 per cento. Nel caso della Nama, con trasferimento dei Npls a un prezzo scontato del 57%, (il Real economic value era lo stesso del transfer value) per alcune banche è scattato il burden sharing (perdite sui subordinati), in altri casi per la banca è stata avviata la risoluzione o la ristrutturazione. La Spagna ha seguito la Nama, istituendo Sareb con azionisti al 55% privati, 45% pubblici: il debito di Sareb è deconsolidato dai conti pubblici (pur tuttavia dopo gli aiuti esterni erogati alla Spagna dall’Esm per circa 40 miliardi che sono debito pubblico) e il transfer value è stato attorno al 52%, che può sembrare basso ma che invece per alcuni asset si è rivelato alto: Sareb ha subito perdite, svalutazioni di portafoglio, e nel maggio del 2016 ha convertito i bond subordinati in azioni per 2,17 miliardi. Sareb sottolinea che dei 200mila prestiti presi in gestione (nessuno retail), con valore di trasferimento di 50,78 miliardi, l’80% sono prestiti a costruttori edili e società immobiliari e solo il 20% asset immobiliari. Nel caso della Slovenia, che ha istituito Bamc, una Amc al 100% pubblica, il transfer value è stato lo stesso del Rev e quindi definito dalla Dg comp. Dopo il trasferimento, la Bamc ha ricalcolato il “fair value”, un valore delle offerenze più vicino a quello di mercato: su alcuni Npls ha scritto in bilancio una perdita, su altri una plusvalenza. Stando a fonti bene informate, tuttavia, il recupero dei crediti è stato rallentato alla Bamc da interferenze politiche, un aspetto dove invece il ruolo della Amc dovrebbe essere all’opposto, velocizzare. La cessione delle sofferenze delle banche regionali alla Amc viene incoraggiata dai supervisori proprio per spezzare i rapporti clientelari lontani dalle logiche di mercato e più vicini alle esigenze della politica locale.
In Italia, l’istituto al momento in essere che potrebbe avvicinarsi all’Amc nazionale è la Sga, scesa in campo per la gestione delle sofferenze di Veneto banca e Popolare di Vicenza. La Sga è posseduta al 100% dallo Stato: se acquista le sofferenze a prezzi di mercato, l’aiuto di Stato non scatta. Ma la Sga non emetterà bonds garantiti dallo Stato per finanziarsi in quanto le risorse necessarie per l’acquisto delle sofferenze provengono da un prestito erogato da Intesa e garantito dallo Stato: una formula che nessuna Amc europea ha utilizzato finora. Nel caso del Monte dei Paschi di Siena, invece, le premesse per una Amc c’erano, ma solo in teoria: la ricapitalizzazione precauzionale e il burden sharing. Tuttavia il Tesoro si è ritrovato con un’iniezione di capitale da 8,1 miliardi, sulla base della quale avrebbe dovuto far rientrare tutto: mancavano quindi le risorse aggiuntive per la capitalizzazione di una Amc che avrebbe dovuto acquistare sofferenze per un valore nominale di 28 miliardi. Insomma, la coperta era corta e quella era: è andata avanti la ricapitalizzazione del Monte e l’uso delle Gacs come garanzia pubblica sulle senior notes della cartolarizzazione, passaggio essenziale per vendere questi bond a una platea di investitori istituzionali quanto più ampia possibile.
Le linee guida della Commissione sulle Amc potrebbero limitarsi a ribadire, con ferrea fermezza, l’assetto normativo attuale, mantenendo e confermando i paletti del burden sharing e degli aiuti di Stato. Ma alle banche e ai governi serve comunque maggiore chiarezza sul Rev e sulla governance della Amc per trovare un varco e una via di uscita per il trasferimento dei crediti deteriorati evitando i prezzi stracciati del mercato: anche se i portafogli dei prestiti alle Pmi sono più problematici rispetto ai mutui del settore immobiliare commerciale.


Autore: Isabella Bufacchi
Fonte:

Il Sole 24 Ore

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