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Banche venete, piano in stand-by. Ora l’Europa riesamina il dossier

Oggi è giorno di consiglio a Vicenza e Montebelluna, ma ancora una volta il destino delle due venete, la Popolare di Vicenza e Veneto Banca, si decide lontano. A Milano, dove UniCredit è possibilista sul piano di salvataggio a spese delle banche sane e Intesa sonderà gli umori del consiglio nella riunione convocata – per altro – proprio oggi; a Roma, dove il Tesoro insiste nel suo pressing sulle banche, ma soprattutto a Francoforte e Bruxelles.

Il dossier infatti passa ancora una volta dai tavoli della Dg Comp e della Vigilanza unica europea. Perché da queste due istituzioni, a quanto risulta al Sole 24Ore, è attesa una serie di conferme che possono sbloccare l’intervento del sistema bancario italiano. O, meglio, renderlo più agevole. Per questo potrebbero servire ancora alcuni giorni, forse una settimana, per capire se ci sono i giusti spazi di manovra.

Le banche che fino ad oggi si sarebbero rese disponibili in linea di massima a dare il contributo avrebbero infatti chiesto, tramite il Mef, una serie di garanzie chiare sugli aspetti tecnici relativi all’operazione. Tra questi, il fatto che l’ammontare supplementare a carico dei soggetti privati – pari a 1,25 miliardi – sia davvero sufficiente a garantire l’accesso alla ricapitalizzazione precauzione da 6,4 miliardi. E che, ciò che più preme, questo nuovo giro di interventi rappresenti una pietra tombale sulle necessità di capitale dei due istituti veneti.

I segnali positivi, di fatto, arrivano dalle due maggiori banche del paese. «Non è un tema all’ordine del giorno ma penso se ne parlerà», ha detto a margine dell’assemblea generale di Assolombarda il presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro. Parole che arrivano a ruota dopo quelle, pronunciate domenica, dall’a.d. di Unicredit Jean Pierre Mustier, che si è detto «ottimista per natura, vedo il bicchiere sempre mezzo pieno e lo sono anche in questo caso, vedremo».

Per due banche che aprono le porte all’intervento, altre sembrano chiuderle. È il caso ad esempio di BancoBpm, terzo gruppo bancario del paese. «Francamente non ne so niente, non ci hanno mai convocati», ha detto ieri l’a.d. Giuseppe Castagna riferendosi al possibile “intervento di sistema” per la messa in sicurezza dei due istituti. Il manager, che ha escluso che il Cda di oggi possa occuparsi del dossier banche venete ( «Non è all’ordine del giorno» ha tagliato corto), ha ribadito che «in questo momento stiamo risolvendo i compiti a casa nostra», riferendosi al cantiere relativo alla fusione tra i due gruppi.

Nessuna conferma ufficiale, ma al momento anche Bper non risulterebbe essere stata contattata. A tirarsi ufficialmente fuori dai giochi sono invece le Fondazioni: «Abbiamo messo 538 milioni, altro che una mano, ne abbiamo date due», ha detto Giuseppe Guzzetti, presidente Acri. «Se tutti parteciperanno, parteciperemo anche noi», ha dichiarato invece l’a.d. di Banca Mediolanum, Massimo Doris.

Una situazione decisamente fluida che oggi farà da sfondo ai due cda delle banche interessate. Il ceo Fabrizio Viola non perde occasione per ripetere che c’è da fare in fretta, e nei giorni scorsi alcuni consiglieri avrebbero seriamente meditato le dimissioni se entro oggi non fossero arrivati segnali chiari. Ipotesi rientrata, ma non per molto: la nuova scadenza, ormai perentoria, è quella del 21 giugno, quando scade un subordinato Veneto Banca. Il cda sarà chiamato a decidere se rimborsarlo o meno, una scelta pesantissima che prenderà solo a fronte di un chiarimento generale.


Autore: Luca Davi, Marco Ferrando
Fonte:

Il Sole 24 Ore

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