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Etruria, Banca Marche e le altre: ecco perché è così difficile vendere le 4 good bank

Sembrava tutto facile, una strada tutta in discesa. Quattro nuove banche ripulite in toto dalle sofferenze accumulate da anni di crisi e di malagestio nella concessione dei prestiti. Quattro banche nate dalle ceneri delle vecchie Etruria, Marche, Carichieti e Cariferrara, che hanno avuto a fine dello scorso anno una corroborante iniezione di capitale fresco per 1,8 miliardi per ricostituire l’operatività e pronte a essere cedute al miglior offerente. Nuove banche, banche sane. Ci si aspettava la fila dei compratori. Ma non è andata così, almeno finora. Un primo tentativo è già fallito. Poche le manifestazioni d’interesse da parte di fondi esteri di private equity a prezzi ritenuti troppo bassi. Quei 300-400 milioni per la cessione in blocco delle 4 banche nuove sono state respinte al mittente.
Ora c’è una nuova scadenza, il 30 settembre e pare che qualcosa si muova.

Alcune banche italiane, secondo le cronache di questi giorni si stanno facendo avanti. Non ci sono ancora offerte ufficiali né tanto meno prezzi eventuali di acquisto. Ma al di là delle buone intenzioni sarà ancora una volta il prezzo la variabile chiave.

Anche se spacchettate e con offerte su singole banche che paiono più alte delle precedenti, sarà difficile se non addirittura improbabile che gli asset delle good bank vengano valutate l’intero capitale conferito non più tardi di otto mesi fa. Anche ipotizzando prezzi di acquisto doppi rispetto alle offerte dei fondi Usa di due mesi fa per il sistema bancario italiano si tratterà comunque di una perdita da mettere nei bilanci 2016.

Perdita che rischia di essere consistente. Vediamo perché. Le 4 banche sono state ricapitalizzate con un prestito ponte di 1,8 miliardi. Serviva alla sopravvivenza e a garantire il patrimonio di base chiesto dalla Vigilanza. Oggi Banca Marche ha patrimonio per 1 miliardo, 400 milioni è il nuovo capitale dell’Etruria e gli altri 400 milioni sono suddivisi sulle due più piccole Chieti e Ferrara. Il sistema bancario che ha ricapitalizzato con 1,8 miliardi sperava (o meglio spera ancora) di recuperare quello sforzo proprio dalla vendita.

E qui, ahimè, cominciano i problemi. Come è possibile vendere le 4 banche a un valore pari all’intero patrimonio netto se oggi in media le banche quotate italiane vengono valutate molto meno della metà di quel capitale? Ci sono valutazioni di Borsa pari al 20-30% del capitale per le banche più fragili e anche le più virtuose sotto il profilo patrimoniale come Intesa e il Credem stentano a essere valutate dal mercato più dell’80% del loro capitale.

Una valutazione generosa del 30% del capitale esistente porta a un’offerta di 600 milioni per tutte le 4 banche. Il che vuol dire prepararsi a una perdita di 1,2 miliardi per il sistema bancario che ha ricapitalizzato otto mesi le 4 banche sull’orlo del crac. Un boomerang quindi. Del resto non si vede in giro tanta necessità di espandere i propri confini. Acquisire nuovi sportelli, quando in realtà andrebbero chiusi, non è certo la priorità di nessun banchiere.

Aumentare la raccolta acquisendo le 4 banche? Anche questa non è affatto in cima ai pensieri dei nostri banchieri. La raccolta come documentano i dati non ha mai smesso di crescere anche nel periodo più buio della crisi. Si acquisiscono impieghi allora e quindi margine d’interesse. Forse ma date le dimensioni appare uno sforzo poco giustificato. Insomma è il mercato a fare il prezzo e quel prezzo non potrà discostarsi di molto dalle valutazioni della Borsa. Ecco perché la strada al ribasso e alla minusvalenza sembra segnata in partenza.


Autore: Fabio Pavesi
Fonte:

Il Sole 24 Ore

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Redazione Credit Village

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