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Quell’algoritmo che blocca il varo della «Bad Bank»

Tra Roma e Bruxelles si confrontano in segreto, da mesi, due squadre di alchimisti-economisti. Si scambiano numeri, fogli di Excel, elaborazioni, algoritmi. Aggiustano i rispettivi conti e ne adeguano le componenti. Sono gli emissari del Tesoro italiano e della Banca d’Italia di Ignazio Visco da una parte, e quelli della Commissione europea, in particolare della dg Concorrenza affidata alla danese Margrethe Vestager, dall’altra. Hanno un obiettivo comune: fissare il corretto prezzo («fair») dei crediti deteriorati. Cioè quanto può valere adesso un mutuo non onorato con la casa in garanzia, un prestito all’impresa ora fallita, l’ipoteca sul capannone che non è possibile escutere in tempi brevi, un prestito al consumo non restituito. Ma le posizioni — e i risultati — sono ancora molto diversi. 
 
Senza questa formula magica — per la quale sono stati ingaggiati esperti delle maggiori società di consulenza — non potrà prendere forma la «Bad bank», quello strumento che dovrebbe acquistare i crediti deteriorati dalle banche consentendo loro di recuperare patrimonio così da poter ampliare i prestiti all’economia reale.
«Siamo alle discussioni tecniche», ha detto il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Vestager ha confermato che sarà il prezzo dei crediti deteriorati a far stabilire se l’intervento di veicolo pubblico o semipubblico sui crediti possa essere considerato «aiuto di Stato». I numeri in gioco sono enormi: l’Italia punta a far cedere alle banche una fetta enorme dei 330 miliardi crediti deteriorati ( non performing loan , o npl), specialmente le sofferenze, ormai a quota 196 miliardi, cresciuti anche per le pressioni della Vigilanza unica Bce guidata da Danièle Nouy per una profonda pulizia dei bilanci. Si parla di un intervento variabile fino a 80-100 miliardi, anche se non ci sono cifre confermate.
Non è un punto da poco: le banche negli anni hanno coperto per il 50-60% i crediti deteriorati e dunque adesso su ogni mille euro prestati sono a rischio di perderne circa la metà. Se gli istituti vendessero sul mercato i crediti — un mercato che però ancora stenta a ripartire — potrebbero vedersi riconoscere sì e no il 10% in media: in pancia resterebbe una perdita enorme (circa 400 euro, oltre ai 500 già svalutati). Se, al contrario, arrivasse la Bad bank offrendo prezzi esagerati, scatterebbe allora l’aiuto di Stato, in quanto i soldi dei contribuenti andrebbero a puntellare un istituto privato.

Teoricamente l’aiuto di Stato non è vietato, ha precisato Vestager nel corso della sua visita a Roma giovedì scorso, ma per farlo bisogna far scattare le nuove regole europee del «bail in», ovvero che una parte delle perdite sia spalmata su azionisti, obbligazionisti e correntisti. Esattamente quello che il governo vuole evitare. Per questo è fondamentale individuare un prezzo «fair» che la bad bank pubblica o semi-pubblica possa offrire.
«Fair» è la parola chiave, il cui significato è diverso da «di mercato». Perché? «Le esigenze di remunerazione del capitale di rischio che gli operatori esprimono sono incompatibili con i valori di cessione dei crediti desumibili dai bilanci», spiega Massimo Proverbio, senior managing director di Accenture per i financial services. Ciò perché «la difficoltà da parte di chi acquisisce il credito di disporre rapidamente del bene a garanzia determina la caduta dei valori di mercato. Basti pensare che prima delle riforme attuate e di quelle in corso, le procedure fallimentari hanno avuto durata dai 6 ai 15 anni».

A complicare le valutazioni c’è anche la variegata natura dei crediti deteriorati. In Spagna, la Bad bank, Sareb, è intervenuta soprattutto su crediti immobiliari residenziali, più facili da stimare. In Italia invece sono soprattutto crediti d’impresa. Altra questione complessa da considerare nel calcolo — continua Proverbio — è che il debitore spesso ha più posizioni aperte presso le banche, è un cosiddetto «pluriaffidato», con diversi livelli di garanzia a cui corrispondono livelli di accantonamento e svalutazione diversi tra le banche. In questi casi, se la Bad bank acquistasse il credito a un prezzo unico, le banche affidatarie avrebbero recuperi (o perdite) differenti in base alla copertura iscritta a bilancio. Anche le riforme contano: processi civili più rapidi o riduzione da 5 anni a 1 della deduzione delle perdite su crediti hanno valore economico, perché rendono più veloci i recuperi dei crediti e dunque più affidabili i valori di recupero espressi nel prezzo degli npl.

In questo contesto, rispetto a un private equity o una banca d’affari che applicherebbero il classico «prezzo di mercato» una Bad bank con il Tesoro (o la Cdp) azionista potrebbe essere meno aggressiva sui ritorni attesi e avere un’orizzonte temporale più lungo. Dunque potrebbe pagare alle banche un prezzo non «di mercato» ma comunque «fair», equo, senza regali alle banche e che non faccia perdere soldi pubblici. Il problema è che sono ancora distanti gli algoritmi elaborati dalle rispettive squadre di Roma e Bruxelles, e quindi la valutazione di «fairness» sui crediti. Quanto ci vorrà per arrivare a un accordo? Padoan spera entro l’anno. Vestager permettendo.

Autore: Fabrizio Massaro
Fonte:

Il Corriere della Sera

Redazione Credit Village

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