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Pmi, indizi di ripresa nei bilanci 2014

Un anno difficile che viene archiviato con un miglioramento, seppure lieve, della redditività. In ripresa anche i margini lordi e netti delle imprese italiane mentre il ricorso al capitale proprio ha reso più sostenibili i debiti finanziari rispetto ai livelli pre-crisi. Sono questi gli elementi chiave che emergono dall’Osservatorio sui bilanci 2014 realizzato da Cerved analizzando i primi 133mila bilanci depositati dalle società italiane.

I ricavi 2014 hanno fatto segnare un +1% sull’anno precedente grazie all’accelerazione dell’industria e alla spinta delle esportazioni. Come strategia di difesa invece le aziende hanno manovrato le leve del contenimento dei costi. Quello del lavoro ha segnato un rallentamento mentre l’accelerazione del valore aggiunto (+2,7%) ha portato a un recupero della produttività. Le Pmi hanno registrato un aumento del 2% contro l’1% circa delle grandi società e delle microimprese. Per quanto riguarda i comparti industria e terziario, questi mettono a segno un +2% mentre la produttività delle imprese edili si riduce di qualche decimo. «Il quadro è positivo perché la caduta si è fermata – commenta Gianandrea De Bernardis, amministratore delegato di Cerved -. Nonostante una congiuntura ancora debole, con i ricavi in crescita solo dell’1%, le imprese hanno migliorato la propria redditività. Con il calo dei debiti finanziari migliora anche la solidità delle imprese, che continuano il percorso di rafforzamento patrimoniale iniziato nel 2009».

La redditività del capitale è in ripresa al 6,5% contro il 5,7 del 2013 ma nel 2007 era al 10,4 per cento. Il rapporto Mol su fatturato, per esempio, resta ben lontano dai livelli pre-crisi: nel 2007 era al 8,6% mentre lo scorso anno è risalito al 7%, dopo una crescita di pochi decimi di punto sul 2013.

Un altro elemento positivo arriva dal calo delle imprese in perdita. Nel 2014 era una su quattro contro il 27,7% del 2013. Un certo miglioramento ma nel 2007 i conti finivano in rosso per circa il 21% delle società. Sono le dirette conseguenze di una economia a due velocità, con le aziende sopravvissute alla crisi che mostrano un trend in ripresa, in particolare grazie alla riduzione dei debiti, mentre il mercato continua a cancellare le realtà più deboli. Lo scorso anno i fallimenti sono stati oltre 15mila, il record nel decennio, mentre le procedure concorsuali non fallimentari hanno segnato un forte calo (-16,4% sul 2013) a 2.784 casi. Dopo quattro anni di costante aumento ecco la prima leggera flessione (-5,3%) delle liquidazioni volontarie.

De Bernardis prova anche a fare una previsione per il 2015. «Con una congiuntura in miglioramento, ci aspettiamo un rafforzamento della redditività – spiega l’ad – e un ulteriore consolidamento della situazione finanziaria delle imprese. D’altra parte, prevediamo che il processo di selezione perderà vigore ma non si arresterà, con l’uscita dal mercato delle imprese indebolite dalla lunga recessione».

Lo scorso anno sono riuscite a tenere testa alla crisi soprattutto le Pmi, colonna portante del sistema paese. Per loro la crescita del fatturato è stata dell’1,5% contro lo 0,6 delle micro. Per quanto riguarda i settori corre l’industria: qui il fatturato è più che triplicato (+3,6%) rispetto la media nazionale grazie alla volata delle esportazioni. Anche il terziario dopo diversi anni di stasi riesce a mettere a segno un +0,7 per cento. Le costruzioni invece arretrano, con un -1,6%. Con un clima deflattivo i costi sono aumentati di pochi decimi di punto, mossi dai rincari delle materie prime. Queste condizioni hanno spinto all’insù il valore aggiunto dell’industria, al 5,1%, e dei servizi (+2,2%). Al contempo il costo del lavoro è aumentato più dell’inflazione ma con un trend in rallentamento sugli anni precedenti. Si consolida così un recupero della produttività esteso a tutti i comparti, salvo l’edilizia, e per dimensione d’impresa. Migliorano gli indicatori, alcuni ritornano ai livelli del 2007, e sui conti si sentono i primi effetti di una ripresa tutta da consolidare. Anche sul fronte della sostenibilità finanziaria, i bilanci analizzati indicano che il 2014 è stato un anno positivo, favorito da un processo di riduzione della leva finanziaria. È infatti proseguita la stretta del credito, con un calo dei debiti finanziari del 4,5% dopo il -6% del 2013. La stretta ha riguardato tutte le fasce dimensionali ed è stata più marcata per le microimprese e nei settori in cui l’attività economica è stata più debole, come le costruzioni (-5%). Il sistema imprenditoriale ha quindi fatto ricorso a forme alternative di finanziamento, con un aumento del patrimonio netto del 4,2%. «Dall’inizio della crisi – aggiunge De Bernardis – il capitale proprio è aumentato in modo molto consistente, del +53% rispetto ai livelli del 2007: la metà di questo incremento è attribuibile ad effetti contabili, in particolare al Dl 185/2008 che ha permesso di rivalutare gli immobili iscritti in bilancio, ma per il resto si tratta di risorse che gli imprenditori hanno messo nelle aziende, anche incentivati da misure come l’Aiuto alla crescita economica». L’effetto è una maggiore sostenibilità dei debiti finanziari: in rapporto al patrimonio netto, si sono attestati al 57%, in calo di 5 punti percentuali rispetto ai livelli dell’anno precedente e di ben 30 punti rispetto al 2007.

Tra 2013 e 2014 è migliorato anche un altro importante indicatore di sostenibilità finanziaria, il rapporto tra oneri finanziari e Mol. In particolare, si è ridotta di un punto percentuale la quota di società per cui gli oneri erodono più della metà dei margini, al 25,5%. Anche in questo caso l’edilizia è però rimasta fuori dal trend positivo, con una quota di società per cui gli oneri finanziari risultano difficilmente sostenibili che ha toccato un picco proprio nel 2014. Nonostante il miglioramento del 2014, il numero di società per cui il peso degli oneri finanziari è eccessivo rimane elevato, di circa 5 punti percentuali superiore rispetto alla quota osservata nel 2007 (19,9%). Le imprese pagano la perdita di redditività accumulata in sette anni di recessioni e stagnazioni.


Autore: Enrico Netti
Fonte:

Il Sole 24 Ore

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