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Lo scontro sul credito non ha vincitori

«Fare sistema» è uno degli slogan più inflazionati per promuovere la ripresa italiana. Ha un sapore retorico, forse, ma sta di fatto che è stato proprio sulla capacità di «fare sistema» che banche e imprese sono cresciute e si sono internazionalizzate, ed è proprio contando su questo «sistema» che i distretti industriali hanno potuto svilupparsi e affrontare (almeno finora) le crisi congiunturali. Lo sanno bene le banche, soprattutto le Popolari, che grazie al radicamento con il territorio hanno costruito le proprie fortune.

E lo sanno bene le imprese e le famiglie, condannate oggi a pagare il prezzo della recessione, del credit crunch e della crisi di un sistema creditizio messo alle corde non solo dalla congiuntura, ma soprattutto da un pressing regolatorio e normativo mosso certamente da buone intenzioni, ma estremamente pericoloso per la totale assenza di flessibilità. Mentre da una parte le forze politiche si affiancano a famiglie e imprese nel chiedere alle banche di concedere più generosamente i prestiti a chi ne ha bisogno, dall’altra sono le Authority di vigilanza nazionali e internazionali a imporre comportamenti e politiche del credito talmente rigidi da produrre effetti diametralmente opposti. Dietro il calo dell’erogazione dei prestiti – una spirale che sembra ormai senza fine – non c’è solo la crisi o il timore delle banche sulla solvibilità dei clienti, ma ci sono soprattutto i vincoli sugli accantonamenti, le sofferenze, il patrimonio e la qualità degli asset imposti dalla vigilanza di Via Nazionale anche ben oltre l’accordo di Basilea 3. Ma c’è anche di più. A rendere più critica e pericolosa la situazione di stallo in cui si trova il mercato del credito in Italia è la tensione crescente tra sistema bancario e autorità di vigilanza. Il confronto tra Abi e Bankitalia sulle regole sta infatti dilagando, se non degenerando, in ogni ambito del credito: dopo le polemiche sulla classificazione dei prestiti in sofferenza – che in Italia, secondo le banche, è la più rigida e punitiva del mercato europeo – si è passati a quello sulle ricapitalizzazioni e infine a quello sulla governance delle banche Popolari. All’apparenza, quello tra banche Vigilanza sembra uno scontro su questioni tecniche e contabili, quindi confinato ai rapporti tra regolatore e soggetto regolato. Ma in realtà questo scontro, se mal gestito o non gestito affatto, rischia di provocare danni irreparabili al sistema economico.

 

Sul mercato, oggi, si teme l’escalation: al dialogo si stanno sotituendo accuse e proclami che rischiano di rendere ancora più difficile non solo i processi di ricapitalizzazione che la Vigilanza ritiene necessari, ma anche il ritorno a una civiltà del credito basata sulla fiducia tra banca, istituzioni e cliente. Di questi rischi se ne è accorta persino la Borsa, che ormai da giorni martella i titoli bancari: la sensazione dilagante è che l’intero settore stia per cadere in un vortice di regole, imposizioni e rigidità che rischia di avere solo effetti pro-ciclici in questa fase di crisi dell’economia e del credito. Avere banche forti è nell’interesse di tutti, ma è chiaro – sembra dire anche la Borsa – che questo processo va gestito con il dialogo e con la flessibilità: le nuove regole e soprattutto la loro applicazione, insomma, dovrebbero tener conto non solo delle condizioni generali del mercato dei capitali, ma anche delle tradizioni e delle esigenze peculiari del sistema bancario e industriale.

Gli Istituti di credito italiani, pur avendo operatività e orizzonti analoghi ai concorrenti esteri, hanno del resto un connotato tutt’affatto particolare, e cioè la tensione verso un accentuato radicamento sociale, più pregnante e prezioso della semplice articolazione territoriale derivante dalla burocratica espansione della rete commerciale. In un Paese da sempre caratterizzato da un accentuato pluralismo economico e sociale, da grandi ma anche da polverizzate realtà imprenditoriali, dalla presenza autorevole dell’associazionismo cooperativo, dal no profit, per far banca occorre “far corpo unico” con il territorio, nel senso di operare non soltanto in raccordo con il cliente, ma anche comprendendo le esigenze e le aspirazioni della comunità locale e aderendovi con intelligenza, senza abbandonare gli obiettivi di redditività di gestione. Non è un caso che le tempeste finanziarie mondiali abbiano qui da noi colpito meno.
Certo, non sempre questa tensione sociale ha prodotto risultati concreti ed apprezzabili, e gli imprenditori italiani lo sanno sulla loro pelle. Ma lo sforzo è innegabile. Tanto più oggi che la “foresta pietrificata” (come era definito il mondo creditizio fino agli anni ’90 del secolo scorso) si è condensata in “campioni nazionali” che competono in un mondo globalizzato senza aver perduto il retaggio della tradizione operativa.

Questo per dire che mondo della produzione e mondo finanziario rappresentano in Italia realtà parallele, sotto il mantello costituzionale dell’utilità sociale di ogni attività economica. Come l’industria – piccola o grande che sia – è ben radicata sul territorio ed è aspirazione comune che rimanga tale, senza che per questo ne venga mortificata la competitività sui mercati; così ogni indebolimento delle istituzioni creditizie apporterebbe solo l’indebolimento del tessuto economico e produttivo. In Europa, grazie alla Bce, è stata evitata una Caporetto finanziaria. Ma le nostre banche e le nostre imprese sono ancora attestati sul Piave. Rischiamo di rimanere in trincea lì, se non si riesce a far ripartire l’economia reale.


Autore: Alessandro Plateroli
Fonte:

Il Sole 24 Ore

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