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Da Basilea 3 conto di 40 miliardi

Il nuovo regime sui ratios patrimoniali di Basilea tre, in vigore a tutti gli effetti solo a partire dal 2019, avrebbe comportato un fabbisogno di 600 miliardi di per le banche del G20 se le norme fossero state applicate al cento per cento già a fine 2009. È quanto prevede uno studio d’impatto “a bocce ferme” (non una stima o una previsione, che tiene conto delle dinamiche di crescita) del comitato di Basilea sulla vigilanza bancaria che fa i calcoli assumendo come raggiunto immediatamente il traguardo del 7% di common equity (ovvero il requisito patrimoniale minimo del 4,5% più un capital conservation buffer del 2,5%).

Le nuove regole, come si sa, saranno poste in essere con gradualità dal 2013 fino al 2018, proprio per minimizzarne l’effetto sulla crescita economica. Se all’insieme dei paesi del G-20 le nuove norme chiederebbero 600 miliardi, per le sole banche europee (in questo caso il dato è calcolato dal Cebs, il comitato dei supervisors europei) la carenza da colmare sarebbe pari a 297 miliardi di euro (la cifra si ottiene sommando il fabbisogno necessario per arrivare al target del 7% da parte delle banche del cosiddetto “gruppo uno” – vale a dire quelle più grandi e internazionalizzate – che è pari a 269 miliardi, alle necessità di maggior capitale delle banche di dimensioni minori, che è pari a 28 miliardi). Per l’Italia, la necessità di nuovo capitale di qualità primaria per raggiungere il livello del 7% calcolato da Bankitalia (che ha partecipato all’indagine coinvolgendo un campione rappresentativo del 75% del totale attivo dell’intero sistema creditizio), è pari a 47 miliardi di euro: una cifra non piccola, che va considerata ricordando però che le aziende di credito italiane ancora non hanno avuto apporti di capitale pubblici massicci com’è avvenuto a numerose consorelle europee. Inoltre, come precisa una nota di via Nazionale, «la medesima simulazione condotta sui dati riferiti al mese di giugno 2010 – che tiene conto del rafforzamento patrimoniale già realizzato da alcuni gruppi bancari – mostra una contrazione del fabbisogno complessivo a quaranta miliardi di euro». Se poi invece che all’obiettivo del 7% si guarda al solo requisito minimo per il common equity, che è il 4,5% del capitale, il fabbisogno delle aziende di credito italiane (sempre a bocce ferme) è pari a 12 miliardi (la carenza di capitale rispetto al requisito minimo dell’insieme delle banche europee è 62 miliardi). «Le banche italiane sono solide e in grado di sostenere l’impatto di applicazione delle nuove regole» ha sottolineato ieri, nel presentare i dati del comitato di Basilea, il direttore generale di Bankitalia, Fabrizio Saccomanni. Secondo Saccomanni la Banca d’Italia, «rispetto alle iniziali valutazioni in questi ultimi mesi, è riuscita a negoziare e ottenere un significativa attenuazione del rigore iniziale su alcune specificità nazionali, come le imposte differite, che valgono da sole 16 miliardi, o le partecipazioni in aziende bancarie o assicurative». La stima d’impatto sulle aziende di credito italiane, sottolinea ancora via Nazionale, non incorpora alcuna previsione circa il contributo che i redditi futuri potranno fornire al rafforzamento patrimoniale; per avere un punto di riferimento Bankitalia ricorda però che anche negli ultimi tre anni, che sono stati anni molto duri, la capacità di produzione di reddito delle aziende di credito italiane è stata in media pari a 14,5 miliardi di euro all’anno per il complesso delle banche del campione.


Autore: Rossella Bocciarelli
Fonte: Il Sole 24 ore

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