Il mercato degli NPE cambia pelle. Dopo gli anni straordinari segnati dalla pandemia, dalle grandi operazioni di de-risking e dall’emergenza energetica, il settore sta entrando in una nuova fase, caratterizzata da volumi più contenuti ma anche da un’evoluzione dei modelli di business e delle strategie degli operatori. È questa la fotografia che emerge dall’ottava edizione dell’Osservatorio sul mercato degli NPE, che abbiamo approfondito con Andrea Capellini, Analytics Manager di CRIBIS Credit Management, per comprendere quali siano oggi le principali direttrici di sviluppo di un comparto che continua a trasformarsi.

La prima convinzione che Capellini vuole sfatare riguarda proprio l’idea di un mercato destinato a esaurirsi. «Per molti sembra quasi un mercato in run off. La nostra opinione, invece, è che stiamo tornando a quello che era quindici o vent’anni fa, con livelli stabili di NPE e di mercato». Secondo Capellini, quella vissuta negli ultimi anni è stata una fase eccezionale, scaturita inizialmente con la crisi economica del 2008, aggravata dalla recessione del 2011-2013 e alimentata da pandemia,  crisi energetica e difficoltà attraversate dal sistema produttivo italiano. «È stata quella l’eccezionalità che ha portato questo mercato e questa asset class ad avere una notorietà forse anche superiore a quella che normalmente le appartiene».

Tornare a una situazione più fisiologica, però, non significa che i rischi siano ormai alle spalle. L’aumento delle liquidazioni giudiziali registrato nel 2025 e confermato anche nei primi mesi del 2026, il crescente ricorso alle misure protettive previste dal Codice della crisi e le fragilità che continuano a interessare il tessuto imprenditoriale sono, secondo Capellini, segnali da non sottovalutare. «Siamo usciti da una fase eccezionale, ma non è un fenomeno finito. È un fenomeno che bisogna continuare a monitorare», spiega. E aggiunge: «Siamo in una fase di apparente calma, però con ancora un po’ di fragilità», ricordando come basti uno shock esterno per cambiare rapidamente lo scenario.

Un altro tema centrale riguarda i finanziamenti garantiti dallo Stato concessi durante la pandemia. Per Capellini, negli ultimi anni il sostegno pubblico ha avuto un ruolo determinante, prima con le GACS, che hanno accompagnato il processo di de-risking delle banche, poi con le garanzie del Fondo Centrale che hanno consentito a migliaia di imprese di superare la fase più critica del Covid. Oggi quei finanziamenti stanno entrando nella fase di rimborso e mostrano livelli di rischio superiori rispetto ad altre tipologie di prestito. «Era anche prevedibile, perché questi finanziamenti sono stati richiesti soprattutto dalle imprese che nel 2020 erano maggiormente in difficoltà». Nonostante ciò, precisa Capellini, «i tassi di default fortunatamente non sono esplosi e rimangono sotto controllo», anche se il tema continuerà a essere osservato con attenzione nei prossimi anni.

L’evoluzione del mercato si riflette anche nel rapporto tra mercato primario e secondario. Se quest’ultimo continua a crescere è anche perché le banche, oggi, cedono meno portafogli e preferiscono gestire internamente, o tramite partnership con operatori del settore, una parte sempre maggiore dei crediti deteriorati. «Bisogna capire se il secondario è davvero un’alternativa per fare business o se è semplicemente l’unica cosa rimasta, perché di primario oggi ce n’è ben poco», osserva Capellini. In questo contesto, aggiunge, la specializzazione diventa il vero fattore competitivo: conoscere a fondo gli asset, individuarne le potenzialità e valorizzarli con nuove logiche sarà sempre più determinante per investitori e servicer

Anche il modo di fare operazioni sta cambiando. Le grandi cessioni miliardarie hanno lasciato spazio a portafogli più piccoli, omogenei. «L‘investitore oggi ricerca asset class coerenti con il proprio modello di business e con le proprie competenze specialistiche. Questo consente di sviluppare strategie più mirate e di estrarre maggior valore dai crediti acquistati», spiega Capellini, definendo questa evoluzione un vero cambio di paradigma.

Sullo sfondo rimane però una criticità strutturale che continua a incidere sull’intero mercato: la giustizia civile. Nonostante i progressi registrati negli ultimi anni grazie alle riforme e agli interventi collegati al PNRR, secondo Capellini il sistema italiano resta ancora troppo lento e rappresenta un elemento decisivo per la competitività del Paese. «Un’economia sana deve avere un sistema di giustizia civile efficiente e oggi, secondo me, l’Italia si trova ancora indietro», osserva. A suo giudizio, i dati che mostrano un miglioramento vanno inoltre letti con cautela: «Sembra che ci sia un miglioramento rispetto al passato, ma è anche perché negli ultimi anni si sono aperte meno procedure. Lo stock si è ridotto non solo perché siamo riusciti a chiuderne di più, ma anche perché il mercato si è ridotto». Un aspetto che conferma come l’efficienza della giustizia civile continui a essere uno dei principali fattori in grado di influenzare il valore dei portafogli e i tempi di recupero.