Annual unirec 2026 Giovanni Tria

La fine del 2025 sembrava aver riportato gradualmente un po’ di fiducia, con il ritorno della crescita, il rientro dell’inflazione e il recupero di valore del reddito. E poi? Cos’è successo? Il 2026 si è aperto tutt’altro che nel migliore dei modi e un Paese come l’Italia si ritrova ancora una volta a fare i conti con un’instabilità legata all’approvvigionamento di materie prime, soprattutto energetiche, in un contesto globale dove ogni scossone finisce inevitabilmente per coinvolgere tutti. Se prima erano state le minacce di Trump sui dazi a far vacillare gli equilibri internazionali, oggi è il conflitto in Medio Oriente a riportare in primo piano tensioni che, seppur indirettamente, impattano anche sull’economia europea. E allora la domanda torna inevitabile: quel poco che era stato recuperato nel 2025 rischia già di svanire? E soprattutto, come si esce da questa situazione?

A delineare un quadro geopolitico ed economico estremamente complesso è stato Giovanni Tria, ex ministro dell’Economia e delle Finanze, intervenuto all’Annual di UNIREC, l’evento dell’associazione che riunisce le principali aziende della credit industry italiana. Secondo Tria, alla base della situazione attuale ci sono squilibri globali che arrivano da lontano e che negli anni si sono progressivamente esasperati: “Trump solleva un problema reale, ma dà una risposta sbagliata. I dazi non sono la soluzione”, ha spiegato durante l’intervista, sottolineando come il nodo centrale resti quello degli squilibri commerciali, monetari e di debito tra le grandi potenze mondiali.

Per l’ex ministro il problema non nasce oggi e non può essere letto soltanto attraverso le guerre o i conflitti commerciali. Alla base c’è un sistema economico globale che per anni ha funzionato su un equilibrio fragile tra consumo americano e produzione asiatica. Da una parte gli Stati Uniti che continuano a consumare e indebitarsi, dall’altra la Cina che esporta, accumula riserve e finanzia indirettamente lo stesso debito americano. Un meccanismo che per Tria ha potuto andare avanti così a lungo grazie al ruolo del dollaro come valuta internazionale e dei Treasury americani considerati ancora oggi il principale “safe asset” mondiale.

Ed è proprio qui, secondo Tria, che si inserisce l’errore dell’amministrazione Trump. “Esisteva uno squilibrio globale e una instabilità potenziale del sistema che doveva essere affrontata. Trump afferma che questo ordine economico globale non fa più gli interessi degli Stati Uniti, ma i dazi non sono una risposta”, ha spiegato. Una posizione che porta inevitabilmente a guardare anche all’Europa, stretta oggi tra le tensioni tra Washington e Pechino e un rallentamento economico che rischia di pesare su famiglie e imprese.

Secondo Tria, infatti, il vero rischio non è soltanto l’inflazione in sé, ma il trasferimento lungo tutta la catena economica dell’aumento dei costi energetici e delle materie prime. Uno scenario che potrebbe comprimere il reddito disponibile delle famiglie e avere inevitabili ripercussioni anche sulla capacità di accesso al credito e di rimborso dei debiti. “Il problema è impedire che questo aumento del costo delle importazioni di energia si trasferisca man mano lungo la catena dei prezzi”, ha sottolineato.

Ed è proprio qui che il tema torna a toccare direttamente anche il settore della credit industry. Perché se il costo dell’energia e delle materie prime continua a pesare su famiglie e imprese, il rischio è quello di comprimere ulteriormente il reddito disponibile in una fase in cui il costo del credito resta ancora elevato. Una combinazione che inevitabilmente può riflettersi anche sulla capacità di rimborso di finanziamenti e debiti.

Non a caso Tria ha sottolineato come l’attuale inflazione non sia legata a un eccesso di domanda, ma a una spinta dei costi. Ed è proprio questo, secondo l’ex ministro, che rende particolarmente delicata anche l’azione delle banche centrali. “Se il credito diventa più stretto e anche il costo del credito sale, le imprese saranno più spinte a trasferire subito i costi sui prezzi”, ha spiegato.

Uno scenario che riporta al centro un tema già visto negli ultimi anni: la capacità del sistema economico europeo di assorbire shock esterni senza trasformarli in un rallentamento strutturale. E mentre Stati Uniti e Cina continuano a confrontarsi su commercio, tecnologia e debito, l’Europa resta nel mezzo, chiamata ancora una volta a trovare un equilibrio tra stabilità, crescita e tutela del potere d’acquisto.