Il parere di Fabio Maria Guidi, Partner di Jones Day
Se lette con la giusta prospettiva, le cartolarizzazioni rappresentano uno degli strumenti più interessanti per sostenere l’evoluzione degli investimenti. Sono infatti tra i pochi meccanismi in grado di coniugare in modo efficace le esigenze degli investitori con quelle delle imprese, soprattutto in un contesto in cui una quota crescente dell’economia reale non presenta ancora un profilo di bancabilità secondo i criteri tradizionali.
Il loro vero punto di forza è la flessibilità, che le rende un potente enabler di nuovi investimenti, anche su asset class emergenti o su operazioni storicamente presidiate dal canale bancario, quali project finance, inventory financing e diverse forme di lending (in particolare, real-estate finance e acquisition finance). La cartolarizzazione consente inoltre di intercettare capitali con differenti aspettative di rendimento e profili di rischio, includendo anche investitori che, per vincoli regolamentari, non potrebbero operare come lender in strutture di finanziamento tradizionali.
I limiti oggi non sono tanto tecnici, quanto regolamentari e di approccio. Da un lato, il framework normativo – giustamente orientato alla tutela del rischio sistemico – talvolta applica logiche uniformi a operazioni profondamente diverse per struttura e profilo di rischio. Dall’altro, il mercato sta ancora completando il proprio percorso di maturazione nei processi di valutazione del rischio, rendendoli pienamente coerenti con la specificità delle singole operazioni (soprattutto quando si tratta di asset meno standardizzati o innovativi).
Se quindi vogliamo che le cartolarizzazioni esprimano davvero il loro potenziale, dobbiamo iniziare a considerarle non solo come uno strumento di ottimizzazione del capitale, ma come una vera piattaforma di investimento a supporto dell’economia che sta emergendo.
In questo scenario, lo sviluppo di strutture innovative richiede un costante confronto con l’evoluzione del mercato e con il quadro regolamentare. È in questo contesto che l’esperienza maturata da Jones Day nel dialogo con gli operatori e con le autorità di vigilanza consente di supportare i clienti nell’individuare soluzioni adeguate alle peculiarità delle singole operazioni, favorendo approcci sostenibili ed efficaci.
Il parere di Fabio Maria Guidi, Partner di Jones Day
Se lette con la giusta prospettiva, le cartolarizzazioni rappresentano uno degli strumenti più interessanti per sostenere l’evoluzione degli investimenti. Sono infatti tra i pochi meccanismi in grado di coniugare in modo efficace le esigenze degli investitori con quelle delle imprese, soprattutto in un contesto in cui una quota crescente dell’economia reale non presenta ancora un profilo di bancabilità secondo i criteri tradizionali.
Il loro vero punto di forza è la flessibilità, che le rende un potente enabler di nuovi investimenti, anche su asset class emergenti o su operazioni storicamente presidiate dal canale bancario, quali project finance, inventory financing e diverse forme di lending (in particolare, real-estate finance e acquisition finance). La cartolarizzazione consente inoltre di intercettare capitali con differenti aspettative di rendimento e profili di rischio, includendo anche investitori che, per vincoli regolamentari, non potrebbero operare come lender in strutture di finanziamento tradizionali.
I limiti oggi non sono tanto tecnici, quanto regolamentari e di approccio. Da un lato, il framework normativo – giustamente orientato alla tutela del rischio sistemico – talvolta applica logiche uniformi a operazioni profondamente diverse per struttura e profilo di rischio. Dall’altro, il mercato sta ancora completando il proprio percorso di maturazione nei processi di valutazione del rischio, rendendoli pienamente coerenti con la specificità delle singole operazioni (soprattutto quando si tratta di asset meno standardizzati o innovativi).
Se quindi vogliamo che le cartolarizzazioni esprimano davvero il loro potenziale, dobbiamo iniziare a considerarle non solo come uno strumento di ottimizzazione del capitale, ma come una vera piattaforma di investimento a supporto dell’economia che sta emergendo.
In questo scenario, lo sviluppo di strutture innovative richiede un costante confronto con l’evoluzione del mercato e con il quadro regolamentare. È in questo contesto che l’esperienza maturata da Jones Day nel dialogo con gli operatori e con le autorità di vigilanza consente di supportare i clienti nell’individuare soluzioni adeguate alle peculiarità delle singole operazioni, favorendo approcci sostenibili ed efficaci.