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Medio Oriente, torna l’incertezza sui mercati: l’analisi di Coface sugli effetti del nuovo conflitto

Sabato mattina ci siamo svegliati e il mondo era cambiato. All’improvviso abbiamo iniziato a fare i conti con quelle che potrebbero essere le conseguenze della nuova guerra nel Golfo Persico. E la domanda sorge subito spontanea, vista la collocazione del conflitto: cosa succederà al petrolio? A provare a fare una previsione è Coface, società globale di assicurazione del credito, che conferma di monitorare attentamente la situazione e sottolinea come il rischio vada anche oltre lo shock energetico, con ripercussioni molto più ampie sul piano globale se la guerra dovesse protrarsi oltre i pochi giorni o settimane indicati dagli attori coinvolti.

Lo Stretto di Hormuz al centro della questione

L’Iran produce più di 3 milioni di barili di petrolio al giorno. Lo Stretto coinvolto dal conflitto è proprio quello di Hormuz, da cui passa circa il 20% dei consumi mondiali di petrolio e quasi il 30% delle spedizioni di greggio via mare. Secondo Coface, se lo Stretto fosse sottoposto a chiusure prolungate, la quotazione del Brent potrebbe verosimilmente tornare ai picchi che tutti ricordiamo: 122 dollari al barile nel 2022 e 147 dollari nel 2008. Un effetto, quello dell’aumento del petrolio, con cui stiamo già facendo i conti da lunedì, quando il prezzo ha registrato immediatamente un +10%.

Ma il rischio non si riduce al solo petrolio, va ben oltre

Lo Stretto è infatti uno snodo commerciale fondamentale per molte altre forniture: gas naturale liquefatto, metalli industriali e prodotti chimici. Una perturbazione prolungata avrebbe effetti a catena sulle supply chain globali, incidendo sui costi di trasporto, sui premi assicurativi e sulla disponibilità delle materie prime. L’impatto ricadrebbe soprattutto sulle economie più esposte alle importazioni energetiche, aggravando la pressione sui prezzi.

Un rischio globale che potrebbe coinvolgere tutto il mondo

Sempre secondo Coface, se il petrolio dovesse mantenersi a lungo su un livello superiore ai 100 dollari al barile, le conseguenze per le economie globali sarebbero significative. L’aumento dei prezzi dell’energia potrebbe costringere le banche centrali a interrompere l’allentamento monetario e a tornare verso una fase di stretta. Coface stima che un aumento del Brent di 15 dollari al barile sarebbe in grado di ridurre la crescita mondiale dello 0,2% e aumentare l’inflazione di circa 0,5 punti percentuali. Effetti che ricadrebbero anche sui commerci internazionali, con un aumento dei costi di spedizione, un impatto diretto sulla marginalità delle imprese e una maggiore pressione sui capitali.

In sintesi, quello che stiamo osservando non è solo un immediato effetto sul prezzo del petrolio, ma un rischio sistemico più ampio che potrebbe condizionare il funzionamento delle catene globali del valore e la stabilità economica internazionale.

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