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Bankitalia: frenano le richieste di credito. Su i tassi per le imprese

Nei primi tre mesi dell’anno la domanda di prestiti da parte delle imprese si è lievemente ridotta mentre è proseguita l’espansione di quella delle famiglie. Secondo la Banca d’Italia, che ieri ha diffuso i risultati relativi al nostro Paese dell’indagine sul credito bancario nell’eurozona (banking lending survey, in prospettiva, ovvero nel secondo trimestre, «aumenterebbero sia la domanda delle imprese sia quella delle famiglie».
Dall’indagine, chiusa il 6 aprile e cui hanno partecipato sette tra i principali gruppi bancari nazionali, risulta che la quota di richieste di finanziamento interamente respinte ha registrato un’ulteriore riduzione sia per le imprese sia per le famiglie. Nei primi 90 giorni dell’anno «i criteri di offerta sui prestiti alle imprese e alle famiglie hanno registrato un lieve allentamento» che ha riflesso il miglioramento delle condizioni di bilancio degli istituti di credito e la maggiore pressione concorrenziale nel settore bancario. Per il trimestre in corso, invece, gli intermediari si attendono «criteri di offerta lievemente meno favorevoli per le imprese e sostanzialmente invariati per le famiglie». Si tratta di indicazioni in linea con quelle registrate nel secondo Bollettino economico dell’anno, diffuso la scorsa settimana, nel quale nei tre mesi terminati in febbraio si parlava di una crescita maggiore dei prestiti alle famiglie (+1,4%) a fronte di una dinamica del credito positiva ma più contenuta per le imprese (+0,4%).
Ieri intanto il vicedirettore generale della Banca, Luigi Federico Signorini, in una testimonianza alla Camera sui possibili effetti della Brexit sull’economia e la finanza nazionali, ha spiegato che peserà di più l’incertezza per gli esiti dei negoziati, incertezza destinata a riverberarsi sui mercati finanziari, che non gli eventuali mutamenti delle ragioni di scambio con Londra. L’imposizioni di tariffe commerciali tra Regno Unito e Unione europea, secondo le prime analisi di Bankitalia, avrebbe rilevanti costi economici di lungo periodo per l’economia britannica. Ma anche nel caso si verificasse nel Regno Unito una recessione così forte da determinare una riduzione delle importazioni del 10% nell’arco di tre anni, l’impatto sul Pil dell’Italia non supererebbe un quarto di punto percentuale.
Nel 2015 le esportazioni italiane verso il Regno Unito erano l’1,8% del Pil, contro il 2,7 della Francia, il 3,2 della Spagna e il 3,7 della Germania; le importazioni erano l’1,1%, un’incidenza inferiore anche in questo caso a quella degli altri paesi. Limitati anche gli effetti ipotizzati sul sistema bancario, tenuto conto che la quota di mercato delle 16 banche britanniche che operano nel nostro Paese con filiali è pari allo 0,6% dei prestiti alla clientela. A pesare. come detto, sarebbe l’incertezza politica: «Non è da escludersi – ha spiegato l’esponente del Direttorio – che le difficoltà del negoziato, specie se interagiranno con un addensarsi dell’incertezza politico-istituzionale in ambito europeo e globale, possano a un certo punto contribuire a creare nuove turbolenze di mercato. Difficilmente l’Italia ne sarebbe immune. Per noi, il solo modo di prepararci è quello di rafforzare la stabilità interna, por mano a tutti gli elementi di fragilità percepiti dai mercati, proseguire il cammino delle riforme».


Autore: Davide Colombo
Fonte:

Il Sole 24 Ore

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